Fratelli di san Francesco

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2.4 Reciprocità

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Lo stile formativo improntato alla «uniformità» prevedeva un processo educativo unilaterale, in cui il candidato era fruitore passivo dei contenuti trasmessi; all’indiscutibile ed evidente praticità del metodo – utile soprattutto nell’ addestrare velocemente grandi numeri di candidati -  si contrapponeva purtroppo l’ineluttabile rigidità del sistema, che non teneva sufficientemente in considerazione le diverse sensibilità  e capacità recettive dei candidati, impedendo inoltre agli stessi di esprimere le proprie reazioni interiori, come pure di proporre nuove opportunità e di formulare idee creative (da sottoporre, evidentemente, a un saggio e ponderato discernimento dei formatori, alla luce del «carisma» dell’Istituto); in un certo senso occorreva moderare una certa sicurezza ed esuberanza nelle personalità forti e decise che caratterizzavano le generazioni di allora. Oggi si assiste invece al fenomeno della complessità, che frammenta la vita in un labirinto di scelte talmente variegato, per cui la persona tende a paralizzarsi nella indecisione permanente, nella incapacità a capire l’origine dei propri comportamenti e nella «paura» a manifestare i propri pensieri – spesso profondi e geniali, ma disordinati e contraddittori -; per venire in aiuto a chi si dibatte nella ragnatela del disorientamento esistenziale, occorre stimolare pazientemente la confidenza, l’apertura di cuore e il «coraggio» di esprimersi; il formatore deve ispirare fiducia nei giovani che, spesso,

esitano a dire chi sono e ciò che essi sono chiamati a divenire23.

Non si può assolutamente ammettere alcuna omissione in un compito così impegnativo ed esigente:
Che nessuno, per colpa nostra, ignori ciò che deve sapere, per orientare, in senso diverso e migliore, la propria vita 24.  

Ovviamente il rispetto della libertà individuale deve essere comunque mantenuto: non si può “forzare” la comunicazione, come pure non si deve “affrettare” o “dominare” la dinamica del dialogo: è necessario “condurre” i colloqui, dare ad essi un’impostazione che prevenga le derive della superficialità e salvi dai labirinti delle introspezioni esasperate; si tratta di creare un clima di equilibrata spontaneità e di sensibile attenzione, per valorizzare ogni segnale di apertura e sviluppare pazientemente il discorso; ci è maestra in questo senso Santa Teresa di Lisieux, impegnata a formare le novizie del suo monastero:
       
        Da lontano sembra molto roseo il « far del bene alle anime», far loro amare di più il buon Dio, modellarle «secondo i suoi disegni e intenzioni». Da vicino, è tutto il contrario, e il color di rosa sparisce…Si sente che far del bene alle anime, senza l’aiuto di Dio, è cosa altrettanto impossibile quanto far risplendere il sole durante la notte…Si sente che occorre dimenticare completamente i propri gusti e concezioni personali e guidar le anime sul sentiero che Gesù ha tracciato per loro, senza tentare di farle camminare per la via nostra propria25.
Le ho già detto che istruendo le altre ho imparato molto anch’io. Ho visto, come prima cosa, che tutte le anime hanno più o meno gli stessi combattimenti, ma che, d’altra parte, sono tanto differenti una dall’altra. Si capisce quello che dice il Padre Pichon: «Ci sono molte più differenze tra le anime che tra i volti». Perciò è impossibile agire con tutte allo stesso modo. Con certe anime, sento che mi debbo fare piccola, non temere di umiliarmi confessando i miei conflitti, i miei difetti; vedendo che ho le stesse debolezze che hanno loro, le mie sorelline mi rivelano a loro volta le mancanze che rimproverano a loro stesse, e si sentono confortate dal fatto che io le conosca per esperienza. Con altre, ho visto che, per far loro del bene, occorre molta fermezza, e non tornare mai su ciò che è stato detto. Abbassarsi in questi casi non sarebbe umiltà, bensì debolezza. Il Signore mi ha fatto la grazia di non farmi temere la guerra, debbo fare il mio dovere a qualunque costo26.
        (…) quando parlo con una novizia cerco di farlo mortificandomi, evito di rivolgerle domande che soddisferebbero la mia curiosità; se essa comincia un discorso interessante e poi passa a un altro che mi annoia, senza aver finito il primo, mi guardo bene dal ricordarle l’argomento che mi ha lasciato a mezzo, perché mi pare che non facciamo punto bene quando ricerchiamo noi stessi27.

In un’epoca frettolosa ed efficientista  come la nostra si corre il rischio di appiattire la formazione solo sul piano didattico dell’istruzione e su quello pratico del lavoro e del ministero: c’è il pericolo di limitare la vita spirituale – oltre al sacramento della penitenza – a qualche generico confronto di direzione, magari sviluppato come verifica complessiva dei comportamenti esterni. E’ importante che i colloqui si trasformino invece in vere e proprie «revisioni di vita», capaci di portare alla luce l’identità più profonda della persona, con le sue reali qualità e i suoi veri limiti, le sue intime paure, i suoi sinceri desideri e la sua autentica vocazione. Si tratta di un lavoro impegnativo e soprattutto paziente:

Dobbiamo essere altamente generosi per dedicare il tempo e le migliori energie della formazione. Le persone dei consacrati, infatti sono fra i beni più preziosi della Chiesa. Senza di esse tutti i piani formativi e apostolici restano teoria, desideri inefficaci. Senza dimenticare che in un’epoca come la nostra occorre più che mai tempo, perseveranza e paziente attesa per raggiungere gli scopi formativi. In circostanze nelle quali prevale  la rapidità e la superficialità, abbiamo bisogno di serenità e profondità perché in realtà la persona si costruisce molto lentamente28.
 
Non si tratta di condurre una specifica analisi psicologica, ma di sostenere attivamente un dialogo “rivelatore”, che faccia progressivamente “chiarezza” nella vita del candidato e gli permetta di esaminare con precisione il proprio modo di vedere la vita e la vocazione; ciò significa avere il coraggio di guardare concretamente i valori e i disvalori che si intrecciano nella cultura contemporanea, per avviare un cammino serio di conversione e un impegno coerente di risposta alla grazia:

Ma tutto ciò non è secondo la natura dell’uomo vecchio, il quale (…) non si sente di pagarne il prezzo, in termini di impegno e dedizione personale29.-

I giovani della generazione attuale sono avvolti da un tessuto culturale caratterizzato dall’immediatezza e dal cambiamento che li spinge a scelte occasionali ed esperienze frammentarie, omologandoli in stili di vita stereotipati: diventa estremamente arduo perciò abituarli a riflettere, a discernere, a progettare; la volubilità delle decisioni e la fragilità delle relazioni rende inoltre difficile anche la minima stabilità di vit. E’ più che mai urgente aiutare i giovani smascherare le illusioni della mentalità corrente, per poter aderire consapevolmente alla vocazione e perseverare con costanza:

(…) è importante e decisivo aiutare i giovani a far emergere l’equivoco di fondo: quell’interpretazione della vita troppo terrena e centrata attorno all’io che rende difficile o addirittura impossibile la scelta vocazionale, o fa sentire eccessive le esigenze della chiamata, come se il progetto di Dio fosse nemico del bisogno di felicità dell’uomo.
Quanti giovani non hanno accolto l’appello vocazionale non perché ingenerosi e indifferenti, ma semplicemente perché non aiutati a conoscersi, a scoprire la radice ambivalente e pagano di certi schemi mentali e affettivi; e perché non aiutati a liberarsi delle loro paure e difese, consce e inconsce nei confronti della vocazione stessa. 
 Quanti aborti vocazionali a causa di questo vuoto educativo30.
        Educare significa anzitutto far emergere la realtà dell’io, così com’è, se si vuole poi portarlo ad essere come deve essere: la sincerità è un passo fondamentale per giungere alla verità, ma è necessario in ogni caso un aiuto esterno per vedere bene l’interno. L’educatore vocazionale, allora, deve conoscere i sotterranei del cuore umano, per accompagnare il giovane nella costruzione dell’io vero31.
 
Questo rapporto di sincera condivisione può realizzare un’autentica reciprocità soltanto se c’è l’attiva disponibilità alla collaborazione, cioè ad una comunicazione “chiara” e “fiduciosa”, aperta allo scambio e al confronto delle idee e pronta ad accogliere i nuovi valori autentici: atteggiamento che si può definire «docibilità»:

il requisito fondamentale è il grado di docibilitas della persona, ovvero la libertà interiore di lasciarsi guidare da un fratello o sorella maggiore: in particolare nelle fasi strategiche della rielaborazione e riappropriazione del proprio passato, specie quello più problematico, e la conseguente libertà di imparare e di saper cambiare.
Il requisito della docibilitas è in fondo il requisito dell’essere giovane, non tanto come qualità anagrafica, quanto come atteggiamento globale esistenziale. E’ importante che chi chiede di entrare in seminario o nella vita consacrata sia veramente «giovane», con le virtù e vulnerabilità tipiche di questa stagione della vita, con la voglia di fare e il desiderio di dare il massimo di sé, capace di socializzare e di apprezzare la bellezza della vita, cosciente di propri difetti e delle proprie potenzialità, consapevole del dono di essere stato scelto32.

Occorre chiarire che il dialogo della reciprocità non consiste unicamente in colloqui verbali e in incontri formali; una dimensione irrinunciabile consiste nella condivisione della vita quotidiana, anche nelle occasioni impreviste come pure nell’aiuto reciproco del lavoro comunitario, in cui si possono scoprire aspetti inediti della personalità di un candidato:

Mi dispiacerebbe molto che nella casa dell’Arca di Trosly si comprasse un giorno una lavastoviglie:lavare i piatti costituisce uno dei migliori momenti che passiamo insieme nella distensione e nel riso. Altre comunità potrebbero dire la stessa cosa di quando si pulisce la verdura: è un tempo di condivisione33.

Lo conferma autorevolmente un esperto della formazione:

L’accompagnamento personale non è solo un modo di interpretare e gestire il colloquio educativo con il singolo, ma modo generale di concepire la formazione e d’intendere il rapporto con il giovane e con la comunità dei giovani. Potremmo dire che esso indica e implica uno specifico stile di vita, la cui caratteristica centrale è costituita dalla condivisione di vita (…) Il grosso vantaggio legato alla condivisione dell’esistenza quotidiana è dato dal fatto di poter osservare «dal vivo» i giovani in formazione, avendone così una conoscenza indiretta. La vita di ogni giorno offre un’infinità di informazioni preziose, di per sé superiori per qualità e quantità a quanto perfino lo strumento di indagine psicodiagnostica può rilevare, a condizione che l’occhio del formatore si attento, e la sua attenzione intelligente. E’ solo a questa condizione, tra l’altro, che il colloquio stesso diventa produttivo e davvero personale, e non infarcito dei soliti luoghi comuni e raccomandazioni generiche34.

Si tratta di una fatica poco gratificante, che solitamente sfugge ad ogni schematizzazione tematica e ad ogni ordine programmatico: è comunque un lavoro tanto più efficace quanto più viene dal cuore:

Fare accompagnamento vocazionale significa anzitutto condividere il pane della fede, dell’esperienza di Dio, della fatica della ricerca, fino a condividere anche la vocazione: non per imporla, evidentemente, ma per confessare la bellezza di una vita che si realizza secondo il progetto di Dio.
                   Il registro comunicativo tipico dell’accompagnamento vocazionale non è quello didattico o esortativo, e neppure quello amicale, da un lato, o del direttore spirituale, dall’altro (inteso come chi imprime subito una direzione precisa alla vita di un altro) ma è il registro della confessio fidei.
        Chi fa accompagnamento vocazionale testimonia la propria scelta o, meglio, il proprio essere stato scelto da Dio, racconta – non necessariamente a parole – il suo cammino vocazionale e la scoperta continua della propria identità nel carisma vocazionale, e dunque racconta anche o lascia capire la fatica, la novità, il rischio, la sorpresa, la bellezza.
                     Ne viene una catechesi vocazionale da persona a persona, da cuore a cuore, ricca di umanità e originalità, di passione e forza convincente, un’animazione vocazionale sapienziale ed esperienziale. Un po’ come l’esperienza dei primi discepoli di Gesù, che «andarono dunque e videro dove abitava, e quel giorno si fermarono presso di lui» (Gv 1,39); e fu esperienza profondamente toccante se Giovanni, dopo molti anni, ricorda ancora che «erano circa le quattro del pomeriggio».
        Si fa animazione vocazionale solo per contagio, per contatto diretto, perché il cuore è pieno e l’esperienza della bellezza continua ad avvincere.    «I giovani sono molto interessati alla testimonianza di vita delle persone che sono già in cammino spirituale. Sacerdoti e religiosi/e devono avere il coraggio di offrire segni concreti nel loro cammino spirituale. Per questo è molto importante spendere tempo coi giovani, camminare al loro livello, laddove essi si trovano, ascoltarli e rispondere alle questioni che sorgono nell’incontro» (Prop. 22).
Proprio per questo l’accompagnatore vocazionale è anche un entusiasta della sua vocazione e della possibilità di trasmetterla ad altri; è testimone non solo convinto, ma anche contento, e dunque convincente e credibile.
Solo così il messaggio raggiunge la totalità spirituale della persona, cuore-mente-volontà, proponendo qualcosa che è vero-bello-buono.
E’ il senso della con-vocazione: nessuno può passare accanto all’annunciatore di una così «buona notizia» e non sentirsi toccato, «totalmente» chiamato, da Dio certamente; ma anche da tante persone, ideali, situazioni inedite, provocazioni varie, mediazioni umane della chiamata divina.
Allora il segnale vocazionale può essere meglio percepito35.

Come conferma l’esperienza ampia e prolungata di un noto formatore:

Il giovane cresce mediante il dialogo e l’accompagnamento. Trasmettere delle parole significa comunicare a chi si vuole accompagnare il proprio mondo affettivo, i propri ideali e le convinzioni, la propria scoperta della verità, bellezza, bontà. E’ comunicare prima di tutto a se stessi, in un processo di rielaborazione e riappropriazione destinato a non finire mai. E allora è anche la guida che cresce mentre accompagna lungo le vie dello Spirito. Anzi, anche la guida si sente accompagnata dall’invisibile presenza dello Spirito!36 

23 Potissimum Institutioni, n. 88

24 PAOLO VI, Guardate a Cristo e alla Chiesa, Messaggio per la XV giornata mondiale per le vocazioni (16 aprile 1978): in Insegnamenti di Paolo VI, XVI, 1978, 256-270 (Cfr. anche CONGREGAZIONE PER L’EDUCAZIONE CATTOLICA, PONTIFICIA OPERA PER LE VOCAZIONI ECCLESIASTICHE, Messaggi Pontifici, 127

25 Autobiografia, Man. C; in Scritti (Roma 1990), n. 311

26 Ivi, n. 314

27 Ivi, n. 331: «E’ forse il primo compito dell’accompagnatore vocazionale, quello d’indicare la presenza di un Altro, o di confessare la natura relativa della propria vicinanza o del proprio accompagnamento, per essere mediazione di tale presenza, o itinerario verso la scoperta del Dio che chiama e si fa vicino a ogni uomo». Nuove vocazioni per una nuova Europa (In verbo tuo…), 8-12-1997, n. 34a

28 Ripartire da Cristo, 19 maggio 2002, n. 18

29 La vita fraterna in comunità, 2 febbraio 1994, n. 21

30 Con questo non si vuole addossare tutta la responsabilità dei fallimenti vocazionali alle negligenze dei formatori; spesso sono i candidati che non si lasciano aiutare e, nonostante l’apparente vitalità esteriore, restano impenetrabili agli stimoli e chiusi alla comunicazione di sé .

31 Nuove vocazioni per una nuova Europa n. 36 a

32 Ivi, n. 37b

33 Jean VANIER, La comunità, Milano 1985, pp. 205-206; tutto il paragrafo è particolarmente significativo: pp. 201-212

34 A. CENCINI, Vita consacrata, ed. San Paolo, 1994, pp. 107-108

35 Nuove vocazioni per una nuova Europa, n. 34 c

36 A. CENCINI, La vita consacrata, o.c., p. 115

 

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