Fratelli di san Francesco

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2.5 Umiltà

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I formatori – soprattutto se hanno alle spalle molta esperienza e, a volte, anche studi specialistici, sono soggetti alla grave tentazione i poter capire e discernere rapidamente qualunque situazione, senza la verifica da parte di altri o senza attendere pazientemente gli sviluppi
La medicina del lavoro può presentare attendibili statistiche nelle quali si evince come gli incidenti dei “veterani” (quando non applicano con spavalda disinvoltura le norme di sicurezza) non siano da meno rispetto a quelli dei “principianti” (a causa di dimenticanze, di distrazione e di incertezze). Confidare troppo nelle proprie abilità può essere molto dannoso, soprattutto se si ha a che fare con “persone” da indirizzare e da educare:

Anche la guida spirituale può cadere in alcune trappole che ne minano l’efficacia e la perseveranza.

  1. Una prima tentazione è il lavoro di “routine” […].

b) Una certa esperienza di incontri può portare la guida verso una cieca rassicurazione; ormai ha in mano la situazione delle persone, riesce a …incasellare, a dire: “Ecco, questo è un depresso, quest’altro invece è il solito scrupoloso: per forza poverino, è ossessivo; bisogna rompere il suo sistema rigido di repressione, so bene io come farlo parlare”. E’ la tentazione di fare diagnosi e prognosi come un provetto psicologo e dare risposte sempre più stereotipate, senza tenere conto del vissuto di quella persona, SENZA AMARE E CAPIRE QUEL VISSUTO […].
c) C’è poi la cosiddetta  “proiezione benigna”, formula tecnica per dire che si possono saltare alcuni anelli nella formulazione delle proprie tesi; si parla tranquillamente di repressione, ascesi, libertà, meccanismi di difesa, bisogni, conflitti: tutto un vocabolario tecnico che presupponiamo l’altro capisca e invece non può capire, perché non si può dare nulla per scontato in un dialogo con gli altri, finché non si è appurato un punto di partenza e di intesa comune37.

Esiste anche il pericolo del cosiddetto «Complesso di Atlante», cioè la convinzione che il proprio ruolo formativo possa accentrare tutta la responsabilità decisionale, tutta la prassi del discernimento e, in definitiva, tutti i carismi dell’accoglienza e dell’accompagnamento vocazionale (come il mitico Atlante che sorreggeva sulle sue spalle il mondo intero); ciò è particolarmente pericoloso per l’animatore vocazionale in genere e, soprattutto, per il maestro dei novizi: è vero che «la direzione è riservata solo al maestro dei novizi» (P I 52), ma è altrettanto vero che i collaboratori «hanno con lui una parte importante nel discernimento e nelle decisione» (ivi)38 . sono perciò fondamentali la collegialità e la condivisione nella comunità di formazione:

Tra i superiori, il maestro dei novizi e i novizi deve regnare l’unità delle intenzioni e dei cuori. Questa unità, frutto di un’autentica carità, è necessaria alla formazione dei novizi39 .

Ma, in un autentico spirito di comunione, pur nella distinzione dei ruoli, tutti devono sentirsi impegnati e responsabili:

Una comunità è formatrice nella misura in cui permette a ciascuno dei suoi membri di crescere nella fedeltà al Signore secondo il carisma dell’istituto. Per questo, i membri devono aver chiarito insieme le ragioni d’essere e gli obbiettivi fondamentali di tale comunità40.

L’umiltà inoltre salvaguarda dalla presunzione di essere «infallibili» nel discernimento e di avere comunque «successo» nei risultati della formazione: pretese irrealistiche e illusorie, fatalmente destinate ad essere brutalmente smentite dai fatti. Innanzitutto si deve riconoscere che ogni chiamato è un «mistero» mai del tutto sondabile: una persona che spesso non si conosce e non sa comunicarsi e, in qualche caso, addirittura «non vuole aprirsi», preparando così il proprio fallimento a dispetto di tutte le più abili e premurose strategie formative. Un esempio ci viene dall’esperienza di Santa Teresa d’Avila: donna carismatica, dotata di sorprendente intuito e attentissima nella formazione, si vede costretta a constatare come alcune patologie restino latenti addirittura fino alla Professione solenne…per esempio la “melanconia” – oggi inquadrabile come «depressione», con qualche sintomo di «isterismo» - :

Malgrado ogni nostra cura per non accettare fra noi chi ne sia colpito, questo male è così astuto che, quando gli conviene sa fare il morto, per cui non si riesce a scoprirlo che quando non vi é più rimedio41.

Si deve inoltre tenere conto dei molteplici condizionamenti che possono influire sulla stabilità e quindi sulla perseveranza di un chiamato; l’umiltà consiste dunque nel riconoscere che l’attenzione nel discernimento e l’assiduità nella formazione sono condizioni “necessarie”, ma non “sufficienti” per il buon esito dell’impegno. I formatori, comunque, da parte loro devono manifestare quella vicinanza sensibile e rispettosa, disponibile ma non invadente, sul modello del comportamento di Gesù:

Il fratello che accompagna è segno di quella insistenza e delicatezza; suo compito è quello di aiutare a riconoscere la provenienza della voce misteriosa; non parla di sé, ma annuncia un Altro che pure è già presente; come Giovanni Battista.
Il ministero dell’accompagnamento vocazionale è ministero umile, di quella umiltà serena e intelligente che nasce dalla libertà nello Spirito, e si esprime «con il coraggio dell’ascolto, dell’amore e del dialogo». Grazie a questa libertà risuona con maggiore chiarezza e forza incisiva la voce di Colui che chiama. E il giovane si trova di fronte a Dio, scopre con sorpresa che è l’Eterno che cammina nel tempo accanto a lui, e lo chiama a una scelta per sempre42.

Umiltà è, quindi, non sovrapporsi e tanto meno sostituirsi alla presenza e all’azione di Dio, vigilando comunque sul suo sviluppo con trepidante premura e fiduciosa speranza:

In termini educativi ciò vuol dire che la dignità umana, l’immagine stessa di Dio è consegnata e viene a dipendere dalle fragili relazioni con altri soggetti umani dove la vulnerabilità delle parti predispone a illusioni, limitazioni o abusi; ma allo stesso tempo sono proprio queste fragili relazioni umane a divenire il canale e la mediazione per la costituzione, l’offuscamento o spesso per la ricostruzione di questa dignità. Tutto ciò è qualcosa di meraviglioso e di tremendum […] qualcosa che ci affascina, ci attira e nello stesso tempo temiamo, perché sappiamo che avvicinandoci alla persona umana possiamo da un lato danneggiare o non promuovere come dovremmo, ma nello stesso tempo possiamo avere un’opportunità e una meraviglia che è il segno del mistero che ci si presenta in colui che vogliamo accompagnare43.


37 N. DAL MOLIN, La guida spirituale, «Vita consacrata» 31 (1995), pp. 278-279-285

38 Cfr. CIC, can. 985

39 Renovationis causam, 6 gennaio 1969, n. 32

40 Potissimum Institutioni (P I), 2 febbraio 1990, n. 27

41 Fondazioni 7,1: Scritti, Roma 1981, p. 1124

42 Nuove vocazioni per una nuova Europa, n. 34a

43 F. IMODA, Tre volti dell’educatore, «Tredimensioni» 1 (2004), p. 17: «Della mediazione dello Spirito nel cuore umano, l’educatore è partecipe. Questo modello che qualcuno ha chiamato la metafora della grazia, ci ricorda che lo Spirito è qualcosa di ricevuto e non lo possiamo fabbricare psicologicamente»: ivi, p. 16

 

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