Fratelli di san Francesco

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri

2.6 Ascolto

E-mail Stampa PDF

Un antico detto della sapienza cinese afferma che Dio ci ha creato con due orecchie e una bocca per insegnarci che dovremmo ascoltare il doppio di quanto parliamo. E’ una norma molto saggia a cui dovrebbero uniformarsi tutti gli educatori: non solo per prevenire ribellioni e proteste (spesso le “urla”, il “chiasso musicale” e il “rumore” motociclistico degli adolescenti esprime l’inconscio bisogno di essere più ascoltati che giudicati, più compresi che coccolati, più considerati che accontentati), ma anche per non incorrere in errori di valutazione e in superficialità nella relazione. Dire: «Ho capito a prima vista che tipo è quello», o: «So già cosa devo dirgli, perché conosco molto bene quelli come lui», può compromettere già in partenza tutto il percorso formativo. Viviamo in un’epoca che ha il mito della sintesi e, quindi, della uniformità: musica sintetizzata che sostituisce gli orchestrali, marmo e legno sintetici che vengono colati negli stampi anziché prelevati dalla roccia e dagli alberi per essere scolpiti; si cerca di schematizzare il più possibile…Si tratta di una mentalità che può affascinare anche coloro che devono formare “persone” anziché “prodotti”, condizionandone gli atteggiamenti educativi.
E’ necessario  riscoprire   l’insegnamento di  Papa Giovanni Paolo II   nella     sua prima Enciclica:

Qui, dunque, si tratta dell’uomo in tutta la sua verità, nella sua piena  dimensione. Non si tratta dell’uomo «astratto», ma reale, dell’uomo «concreto», «storico». Si tratta di «ciascun» uomo, perché ciascuno è stato compreso nel mistero della Redenzione, e con ognuno Cristo si è unito, per sempre, attraverso questo mistero. Ogni uomo viene al mondo concepito nel seno materno, nascendo dalla madre, ed è proprio a motivo del mistero della Redenzione che è affidato alla sollecitudine della Chiesa. Tale sollecitudine riguarda l’uomo intero ed è incentrata su di lui in modo del tutto particolare. L’oggetto di questa premura è l’uomo nella sua unica e irripetibile realtà umana, in cui permane intatta l’immagine e la somiglianza con Dio stesso. Il Concilio indica proprio questo quando, parlando di tale somiglianza, ricorda che «l’uomo in terra è l’unica creatura che Dio abbia voluto per se stessa » (GS 24). L’uomo così com’è «voluto» da Dio, così come è stato da Lui eternamente «scelto», chiamato, destinato alla grazia e alla gloria: questo è proprio «ogni» uomo, l’uomo «il più concreto », «il più reale»; questo è l’uomo in tutta la pienezza del mistero di cui è divenuto partecipe in Gesù Cristo, mistero del quale diventa partecipe ciascuno dei quattro miliardi di uomini viventi sul nostro pianeta, dal momento in cui viene concepito sotto il cuore della madre44.

Proprio da tale consapevolezza trae forza l’affermazione impegnativa del documento sulla formazione che già è stata citata:

La chiamata e l’azione di Dio, come il suo amore, sono sempre nuovi: le situazioni storiche non si ripetono mai […]. Ciò vuol dire fino a quale punto la formazione del religioso debba essere personalizzata45.

Se  ogni persona è “unica e irripetibile”, deve essere trattata come tale; ciò è molto più faticoso e impegnativo che incasellarla rapidamente in uno schema semplificativo e di indirizzo. Come afferma nel suo articolo già richiamato Dal Molin:

C’è una parola che Gesù propone in maniera provocante e incisiva in Mt 7,13, verso la fine del suo programma di vita nel Discorso della Montagna: «Entrate per la porta stretta». La via indicata è disagevole, spesso un sentiero ripido e impervio, dove il camminare ferisce i nostri piedi e rallenta il passo perché «angusta è la via che conduce alla vita e quanto pochi sono quelli che la trovano!» (v. 24).
C’è una constatazione da fare: il pellegrinare deve fare il conto con l’imprevisto. La nostra cultura super-programmata, super-tecnicizzata vorrebbe rassicurarci mistificando la realtà e dicendoci: «Suvvia non temere è tutto  programmato, è tutto computerizzabile, la realtà si può decodificare in fretta e con precisione. Forse in qualche settore potrà anche essere vero, ma non vale per la vita!»46.

Per poter agire in profondità nella concretezza unica e irripetibile della persona, occorre impegnarsi a conoscerla autenticamente al di là delle impressioni; ciò è possibile solo attraverso un dialogo leale e fiducioso, che presuppone la generosa disponibilità del formatore ad un paziente e attento «ascolto»:

L’accompagnatore vocazionale deve essere «intelligente», da questo punto di vista, uno che non impone necessariamente le sue domande, ma parte da quelle del giovane stesso, di qualsiasi tipo; o è capace -  se necessario – di «suscitare e scoprire la domanda vocazionale che abita il cuore di ogni giovane, ma che aspetta di essere scavata da veri formatori vocazionali»47.

L’atteggiamento intelligente del formatore consiste allora nel tenere sempre presente le domande fondamentali sul senso dell’esistenza, sul mistero di ogni vocazione, sulla libertà che Dio ci ha donato insieme alla responsabilità della nostra vita. Proprio queste domande

L’educatore cerca di rintracciare nelle domande più contingenti che si sente porre da chi a lui si rivolge. Sono domande non sempre formulate logicamente o esplicitamente, alle volte solo a livello di grido, comportamento, ribellione o incapacità di porre la domanda stessa. Ma il tema educativo rimane: iniziare il viaggio partendo dalle domande che noi stessi verbalizziamo o sappiamo riscoprire in chi ci sta davanti48.

Padre Cencini raccoglie alcuni principi e atteggiamenti a cui riferirsi affinché il dialogo possa andare in profondità senza forzature o trascuratezze:

Diciamo allora che anche nel colloquio la virtù più necessaria all’educatore è quella dell’attenzione. Un’attenzione a vari livelli e che si esprime come capacità di ascolto e di comprensione, di discernimento e di confronto ecc.
Anzitutto è un’attenzione che sa ascoltare. Ascoltare nel senso più pieno del termine: accogliere, dare il proprio tempo, mostrare interesse, cercare il più possibile di andare in profondità di quel che l’altro dice ed é. Non un ascolto qualsiasi, semplicemente psicologico, ma un atteggiamento globale di tutta la persona, interamente protesa verso l’altro. «Ascoltare fino in fondo una persona significa essere attivamente presenti e partecipi, e rappresenta per l’interlocutore un efficace invito ad esprimersi».
Ascoltare fino in fondo vuol dire non fermarsi al significato immediato delle parole e dei fatti, è arrestare al tempo stesso la naturale tendenza a giudicare, per cercare di capire invece cosa si nasconde dietro alle affermazioni dell’altro.
        In concreto vorrà dire:

  1. dare attenzione ai messaggi non verbali (tono di voce, posizione assunta,       sguardo, modo di esprimersi e gesticolare, mimica facciale, tipo di sentimenti espressi ecc.);

-   porre in realtà l’altro al centro  degli interessi e della attenzione dedicando completamente a lui il tempo stabilito e facendo in modo, per quanto possibile, che tale tempo non sia in vario modo ridotto o «disturbato» (dal telefono o da chiamate esterne ecc.).
-   non intervenire finché si vede che l’altro desidera dire ancora qualcosa, e se ha difficoltà a esprimersi non tentare d’indovinare suggerendo la parola che sembra più adatta;

  1. cercare di capire non solo i fatti narrati, ma il motivo per cui il soggetto racconta quei fatti e in quel modo, sottolineando certi aspetti e tralasciandone altri, ecc.;
  2. non temere di «ascoltare» il silenzio proprio e altrui…

-   «mettere in memoria» ciò che si ascolta e ascoltare ponendo in correlazione fatti del passato con quelli del presente, facendo riferimento dunque alla personalità globale del soggetto e alla sua debolezza centrale. Il giovane rimane sempre molto impressionato dal fatto che l’educatore ricordi anche dettagli apparentemente  insignificanti di quanto, a suo tempo, gli ha raccontato49.

La disponibilità all’ascolto deve arrivare fino ad accogliere eventuali critiche o accuse50  - a volte infondate perché dovute a immaturità e inesperienza – mettendo da parte la suscettibilità e rispondendo in modo proporzionato alla ricettività e sensibilità del giovane. Irrigidirsi in atteggiamenti difensivi (per esempio trincerarsi dietro  l’autorevolezza del “ruolo”) o di sprezzante superiorità (ironizzare sull’ingenuo idealismo del principiante e sulle sue contraddizioni), oppure mascherarsi con ipocrisia nel dissimulare le proprie eventuali incongruenze, è controproducente: non aiuta il giovane a maturare e rischia di confermarlo nei suoi pregiudizi, oltre a umiliarlo nelle sue legittime (anche se sbagliate) osservazioni. Teniamo conto che, a volte, la critica può essere sorprendentemente azzeccata.
        Santa Teresa di Gesù Bambino (vice-maestra delle novizie, ma di fatto “facente l’ufficio” per le impossibilità a esercitare della suora che ne aveva l’incarico), aveva intuito l’efficacia pedagogica della disponibilità a farsi “contestare come persona” (non certo a far discutere della sua autorevolezza come formatrice); così racconta con semplicità e umorismo la sua esperienza:

Madre cara, lei capisce che tutto è permesso alle novizie; bisogna che possano dir tutto ciò che pensano, senza restrizione alcuna, il bene come il male.
[…] Lei sa, Madre cara, che preferisco l’aceto allo zucchero; l’anima mia si stanca di un nutrimento troppo addolcito (le lodi sincere e spontanee che a volte riceveva dalle novizie: ndr), e Gesù permette allora che le venga servita una insalatina ben agra, ben piccante, non ci manca nulla fuorché l’olio, e ciò le dà un sapore di più…Questa ottima insalatina mi viene servita dalle novizie quando meno me l’aspetto. Il Signore solleva il velo che nasconde le mie imperfezioni, allora le mie piccole care consorelle, vedendomi quale sono, non mi trovano più affatto di loro gusto. Con una semplicità che mi rapisce, mi dicono tutti i conflitti intimi che io provoco in esse, e quello che ad esse dispiace in me; insomma, non si peritano più che se si trattasse di una terza persona, sapendo che mi fanno un piacerne agendo così. Ah, realmente, è più che un piacere, è un banchetto delizioso che colma di gioia l’anima mia51.

Ascoltare le critiche e le accuse dei giovani non è solo un mezzo di ascesi per il formatore, ma può diventare un’occasione di discernimento e di diagnosi di conflitti, paure e aspettative più o meno consce ed esplicite.
        Nell’ascolto attento e umile è nascosta una grande ricchezza di grazia, perché la volontà di Dio sa utilizzare le “persone” e le circostanze più inaspettate per manifestarsi. Come aveva dato il dono della “anzianità” al giovane Daniele (cfr. Dn 13,50), così il Signore può ispirare un buon suggerimento per l’Istituto anche a una persona ancora agli inizi della formazione: idea da ponderare con prudente e condiviso discernimento, ma da non sottovalutare, come ci esorta Papa Giovanni Paolo II:

Occorre a questo scopo fare nostra l’antica sapienza che, senza portare alcun pregiudizio al ruolo autorevole dei Pastori, sapeva incoraggiarli al più ampio ascolto di tutto il Popolo di Dio. Significativo ciò che san Benedetto ricorda all’Abate del monastero, nell’invitarlo a consultare anche i più giovani: «Spesso ad uno più giovane il Signore ispira un parere migliore» (Reg. III, 3).  E san Paolino di Nola esorta: «Pendiamo dalla bocca di tutti i fedeli, perché in ogni fedele soffia lo Spirito di Dio» (Epist. 23,36 a Sulpicio Severo)52

A volte, mentre i più anziani di Professione possono “aggrapparsi” a valide consuetudini collaudate e sicure, i più giovani – ancora liberi dalla tentazione tranquillizzante della routine – possono indicare vie nuove e prospettive coraggiose, che sarebbe frustrante , per il carisma, rifiutare a priori come “intemperanze giovanili”. Papa Benedetto XVI ci ricorda che

Un’altra indicazione di fondo che il Concilio ha dato è quella del generoso e creativo dono di sé ai fratelli, senza mai cedere alla tentazione del ripiegamento su se stessi, senza mai adagiarsi sul già fatto, senza mai indulgere al pessimismo e alla stanchezza 53.

I giovani, attentamente ascoltati, possono dare un prezioso contributo.


44 GIOVANNI PAOLO II, Redemptor hominis, 4 marzo 1979, n. 13

45 Potissimum Institutioni, 2 febbraio 1990, n. 29: cfr. la nota 35 al par. 2.1.c) sensibilità

46 N. DAL MOLIN, La guida spirituale, «Vita consacrata» 31 (1995), p. 278

47 Nuove vocazioni per una nuova Europa, 8 dicembre 1997, n. 34 b

48 F. IMODA, Tre volti dell’educatore, art. cit., p. 11: occorre tenere sempre presente l’osservazione già citata di Potissimum Institutioni, n. 88: (Oggi i giovani) esitano a dire chi sono e ciò che essi sono chiamati a divenire

49 A. CENCINI, Vita consacrata, san Paolo, Alba 2003, pp. 110-111; la frase tra virgolette «Ascoltare fino in fondo…» è tratta da: B. GIORDANI, Il colloquio psicologico nella direzione spirituale, Rogate, Roma 1985, p. 92. Il terzo consiglio dato al formatore (-non intervenire finché si vede che l’altro desidera dire ancora qualcosa…) ricorda la saggezza intuitiva di S. Teresa di Lisieux, come qui è riportato nella citazione relativa alla nota 27

50«Un educatore maturo possiede unna buona distanza critica da se stesso, è aperto ad imparare, sa accogliere le critiche e le osservazioni ed è disposto a correggersi. Solo così saprà essere giustamente esigente anche con gli altri, senza dimenticare la fatica e i limiti posti alle possibilità umane»: Direttive sulla preparazione degli educatori nei seminari, 4 novembre 1993, n. 34

51 Autobiografia, Man. C; in: Scritti, Roma 1990, nn. 320-321

52 Novo Millennio ineunte, 6 gennaio 2001, n. 45

53 BENEDETTO XVI, Lettera a Mons. Franc Rodé (Prefetto CIV e SVA), 27 settembre 2005

 

Fratelli di san Francesco

 120 visitatori online
mod_vvisit_counterTotale visite940815

NEWSLETTER

Inserisci i dati per iscriverti alla NewsLetter.