Fratelli di san Francesco

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3.5 Psicopatologie della vita di consacrazione

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si tratta di problemi relativi all’identità vocazionale; i parametri relativi ai candidati al seminario sono applicabili anche alla vita consacrata: il Magistero li ha così definiti39

  1. Patologie rilevanti che possono pregiudicare un fruttuoso cammino seminaristico

Sono da considerare, inoltre, alcuni segni o sintomi che possono essere indicativi di qualche patologia grave, presenti anche in persone fornite di un buon modo di presentarsi e, sotto alcuni aspetti creative e intellettualmente capaci.. si tratta di segni o sintomi che indicano una fragilità strutturale importante e diffusa della persona, e che si possono ben distinguere da alcune difficoltà limitate a qualche area specifica. Non rappresentano forme psicotiche manifeste, la cui evidenza è clamorosa, ma segnalano disturbi della personalità, che come tali tendono a ostacolare anche considerevolmente rapporti interpersonali normali e produttivi.
Alcune scuole molto attendibili forniscono a questo proposito qualche importante esemplificazione:

  1. perdurante instabilità della vita: è il caso di una persona costantemente incerta nelle scelte, negli impegni, nel lavoro, negli ideali, nelle relazioni;
  2. incapacità di intuire i sentimenti degli altri e i loro problemi; mancanza  di senso di colpa, in presenza almeno di alcune azioni morali  oggettivamente gravi e lesive dell’altro;
  3. azioni impulsive di carattere aggressivo o sessuale senza alcun controllo, passività e mancanza quasi assoluta di iniziativa, molta difficoltà alla concentrazione e alla riflessione per una certa durata;
  4. onnipotenza e grandiosità con sopravvalutazione delle proprie responsabilità e competenze, e sottovalutazione della situazione reale e delle relazioni degli altri nelle relazioni sociali;
  5. esaltazione irrealistica o critica totale, unilaterali e frequenti, di persone e situazioni, passando dal «tutto bene»al «tutto male» nei riguardi della stessa persona, con conseguenti relazioni parziali, incapaci di tenere insieme aspetti positivi e negativi di una persona o situazione.

La presenza relativamente regolare e frequente di alcuni di questi segni o
 sintomi chiede di essere presa in seria considerazione, in quanto può pregiudicare un fruttuoso cammino seminaristico. In questo caso anche un accompagnamento clinico è da proporre senz’altro alla persona prima di qualsiasi scelta importante a partire dal primo biennio.

 

  1. Segni o sintomi di lievi patologie che possono e devono essere trattate

Ci sono poi dei segni o sintomi di disturbi psicologici più lievi e moderati, che si manifestano nell’irrigidimento o nel funzionamento improprio dei normali processi di adattamento della persona (modi di sentire, di pensare, di agire).
Alcune caratteristiche di questo stile che potremmo definire difensivo e che riguarda forse soltanto settori parziali della persona e non la sua struttura, possono essere così descritte:

  1. evitare le scelte, apparendo rigidi e bisognosi di essere sempre rassicurati da norme esteriori;
  2. essere spinti dal passato, con comportamenti conservatori finalizzati all’assicurazione di una vacillante identità;
  3. deformare considerevolmente aspetti non marginali delle esigenze che la realtà pone;
  4. avere un pensiero schematico, poco attento alla realtà e tendente a includere elementi soggettivi estranei alla situazione;
  5. affidarsi al presupposto che deve essere possibile rimuovere e cancellare, quasi magicamente, sentimenti disturbanti;
  6. cercare e concedersi gratificazioni con il sotterfugio e bugie infantili.

La presenza di questi o analoghi sintomi, benché non possa essere considerata sempre allarmante, può indicare situazioni trattabili che richiedono però un intervento specifico a livello psicologico, soprattutto quando tali sintomi sono percepiti dal soggetto con sofferenza. Opportu-namente affrontati, questi disagi non precludono il cammino seminaristico. Il candidato dovrà verificare nel dialogo con i formatori i segni di un effettivo cambiamento nel tempo, comprovato dal confronto con le esigenze e i compiti concreti della vita: preghiera, lavoro, relazioni. La valutazione deve essere compiuta prima della definitiva decisione. Il buon livello di queste attenzioni costituisce un vero contesto di crescita e determina un clima di fiducia e rispetto.

 

  1.  
    1. Criteri promettenti di crescita

 

         La saggezza che viene dall’esperienza educativa menziona  anche alcuni segni o sintomi indicativi di una crescita umana e che sono interpretabili come processi di adattamento che favoriscono la maturità:

  1. il comportamento esprime chiaramente la scelta di valore, attraverso un modo di operare flessibile, orientato allo scopo, capace di affrontare in termini realistici la difficoltà e il conflitto;
  2. l’operare della persona tende al futuro, ma sa al tempo stesso tener conto delle esigenze presenti e delle passate esperienze;
  3. l’individuo riesce abitualmente a orientarsi in mezzo alle richieste realistiche della situazione presente;
  4. il pensiero sa integrare elementi consci e preconsci mediante la riflessione, l’esame di coscienza o la meditazione, assunti come strumento di confronto e di conversione personale;
  5. ha la capacità di integrare l’esperienza di emozioni e affetti, anche disturbanti, potendoli sentire e accettare, senza per questo seguirne gli inviti;
  6. il soggetto è capace di diverse forme di soddisfazione affettiva, cioè di provare e manifestare gioia, ma in modo aperto, orientato, ordinato e controllato.

FRAGILITA’ PSICHICA  E’ un disagio molto diffuso nell’ultima generazione; un problema aggravato dai pregiudizi e dalle incomprensioni da parte di molti adulti, i quali interpretano l’insoddisfazione esistenziale dei giovani come avidità insaziabile di benessere («hanno il meglio di tutto e non sono contenti»: questo è il più diffuso commento). Come osserva Piero Vignetta, docente di clinica pediatrica all’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma: «In un Paese come il nostro, ricco come non mai nella storia e con un tasso di disoccupazione in discesa, le famiglie vivono, mediamente, in uno stato di discreto benessere, immerse, come sono, in un mare di automobili (sono ormai 32 milioni, pari a due veicoli ogni tre abitanti!), motorini, televisori, computer, cellulari, videogiochi e magari anche seconde e terze case. Di riflesso, i giovani godono di una situazione estremamente favorevole. Vivono in famiglia il più a lungo possibile, felici di essere curati e protetti ma non controllati né limitati in alcun modo; ricevono un’alimentazione abbondante e variata, possono studiare a lungo, ritardando a loro piacimento l’ingresso nel mondo del lavoro, praticano sport, viaggiano ed infine hanno rapporti agevolati con l’altro sesso  per cui anche da questo punto di vista sono largamente appagati. Sembra la ricetta della felicità! E invece non è così. In questo nuovo paese di Bengodi, i giovani rivelano una “sofferenza di vivere” che era pressoché sconosciuta agli adolescenti di 30 o 40 anni fa, che non possedevano quasi nulla, vivevano in un ambiente familiare e sociale povero, autoritario e fortemente impositivo e non avevano certo di fronte a loro grandi prospettive di lavoro e di successo. Eppure questi ragazzi erano pieni di entusiasmo e di voglia di vivere»40. La fragilità  - argomento rilevato nel documento preparatorio del IV Convegno ecclesiale nazionale di Verona41 – è un dato inquietante che non può essere disatteso e banalizzato. E’ esperienza comune, tra i formatori di giovani seminaristi e religiosi, la constatazione di crolli improvvisi delle motivazioni con conseguente abbandono dell’impegno. L’impressione immediata è quella del tradimento, della superficialità e dell’irresponsabilità: la giustificazione di questi giovani, tanto sconcertante quanto apparentemente incomprensibile, è di solito maldestramente formulata in un imbarazzato: «Non ce la faccio più». Ma la sorpresa è nel fatto che “non ce la fanno più” non a continuare nel cammino, ma a “sopportare” il proprio senso di inadeguatezza, la delusione di se stessi e la paura di aver sbagliato strada (forse solo perché è calato, nella routine il “gusto” delle gratificazioni spirituali sperimentate all’inizio). Il mito dei campioni infallibili – alimentato dalla cultura massmediale, fa percepire come “colpe”  insopportabili i propri limiti e i propri errori: lo scoraggiamento morale e il rifiuto della debolezza (percepita in se stessi) sono le principali coordinate della fragilità giovanile. Sotto ciò che giustamente la psicologia chiama “perdita dell’autostima” c’è l’inevitabile esperienza dolorosa della contraddittorietà umana (simboleggiata, nella Chiesa, dal rinnegamento di Pietro) e della debolezza esistenziale (splendidamente descritta come “spina nella carne da S. Paolo); l’educatore deve aiutare il giovane a riconoscerle, accettarle e integrarle nella lotta per “maturare”.

INERZIA ESISTENZIALE:  E’ molto frequente il caso di giovani che, pur non presentando psicopatologie gravi o particolari disagi familiari, manifestano un comportamento sostanzialmente passivo, una personalità costantemente insoddisfatta e un’espressione caratteristica di «noia»; la generazione precedente li colpevolizza giudicandoli indolenti e ingrati, ma forse non tiene conto di averli in qualche modo resi tali applicando un modello pedagogico sbagliato. E’ noto infatti che, dal ’68 in poi, si è diffusa universalmente la pedagogia rogersiana (vedi la citazione della nota 72 di questa relazione) del «proibito proibire», del «gratificare per non frustrare» e del «non intervenire per non turbare». Il risultato  della «umanità felice senza complessi» non è stato raggiunto affatto: anzi, si sono indotte molte nevrosi d’ansia e procurati molti alimenti esistenziali, proprio a causa della spasmodica ricerca  di una “soddisfacente autorealizzazione” utopica e ideologica: «non c’è niente di più infelice di una disperata ricerca della felicità che si traduce psicologicamente in disperazione; non c’è modo peggiore di divertirsi che doversi divertire a tutti i costi, non c’è modo peggiore per provare piacere che dover provare piacere a tutti i costi. Ogni qual volta, che nella nostra mente, il circuito del piacere si corto-circuita col principio del dovere, piuttosto che col principio della libertà del dono e della gratuità, noi siamo già infelici. La grande sapienza della ”fide et ratio”, propria dell’annuncio evangelico, coglie questo aspetto essenziale della psicologia umana che, invece, il moderno non ha colto (…);la ricerca della felicità ad ogni costo ci porta nella dinamica infernale della tautologia morale ed è ciò che nel mondo dei giovani succede al massimo grado. Tu chiedi ad un ragazzo “ma perché ti fai le canne?”, “perché mi va!” dice; “perché non vai più a scuola?”, “perché non mi va”. “Perché hai mollato quella ragazza che poteva rappresentare la donna della tua vita?”, “perché non mi andava più!”. Questa logica del “mi va” e del “non mi va” è un corto circuito che chiude ogni argomentazione, perché riconduce tutto e immediatamente ad un bilancio immediato, al pronto incasso, che ha al proprio orizzonte la certezza esclusivamente della disperazione, perché non c’è niente di più inafferrabile della felicità cercata in questo modo»42. L’esperienza progressiva di questa delusione esistenziale spegne gradualmente ogni entusiasmo ed appiattisce in un’apatia scettica, senza aspettative. «La caduta del desiderio e del desiderare è un fenomeno (…) che, in realtà, ha avuto una lunga incubazione nella società odierna, compiendo un tracciato che dalla gratificazione dell’istinto del piacere,  “culturalmente” imposto come stile di vita, conduce lentamente all’inerzia della morte psichica, ovvero all’indifferenza generale, all’incapacità di godere di ciò che la vita offre, ma anche di rinunciare alle proprie pretese, e da questo alla povertà qualitativa e alla riduzione quantitativa dei desideri, quasi a una paralisi o ad una lenta eutanasia della capacità di desiderare. Diversamente detto: più uno fa quello che gli piace, meno gli piace quello che fa (infatti tanti giovani non sanno più come divertirsi, sono passati dalla “febbre” del sabato sera alla “noia” della domenica pomeriggio); o più uno è regolarmente gratificato e appagato nei suoi piaceri, meno apprende a soffrire la mancanza (o la rinuncia) e poi la conquista dei suoi desideri, ovvero non impara mai a desiderare in modo intenso ciò che è degno di essere desiderato. E’ un problema di dinamismi psichici prima che di contenuti, di attitudini (o non attitudini) psichiche prima che di virtù morali, con immediata conseguenza, però, sul piano della libertà. E’ un dato di fatto che i giovani desiderano poco e in modo ripetitivo e, parallelamente, sembrano incapaci di imporsi (o scegliere) una pur minima rinuncia. Così pure quelli che hanno già operato un’opzione vocazionale sono spesso giovani con una spiccata sensibilità sociale, ad esempio, che li rende attenti ai più bisognosi, o hanno una grande sete di autenticità e di spiritualità; questi sono aspetti senz’altro positivi, che probabilmente li distingue rispetto alla generazione precedente. Il problema è che sovente questi desideri, o predisposizioni positive, non sono abbastanza intensi né adeguatamente sorretti da una corrispondente capacità di dire di no ai desideri alternativi, e perciò sono spesso desideri abortiti o vanificati. E’ chiaro, da un punto di vista psicologico, che esiste un rapporto di reciproca influenza tra desiderio e rinuncia: l’uno rinforza l’altro e ne è al tempo stesso rinforzato. Qui non possiamo ulteriormente articolare il discorso, ma soltanto segnalare la debolezza e l’inconsistenza d’un progetto vocazionale in cui è povera la capacità sia di rinunciare che di desiderare. Che cosa può realizzare nella vita chi non ha imparato a dirsi di no per scegliere con tutto se stesso il vero, il bello e il buono? Eppure questa sembra essere la situazione nella presente società del benessere43». Con le conseguenze che si possono facilmente immaginare… Forse nelle famiglie e nell’educazione familiare d’oggi c’è un diritto che non è abbastanza rispettato: quello alla sofferenza. Quando il soggetto non impara a soffrire, il suo desiderare sarà debole e la rinuncia improbabile, e povera sarà anche la capacità di pensare la vita in senso vocazionale, la capacità di sognare»44.
        Per i giovani nei quali l’inerzia esistenziale si è radicata irreversibilmente, è impensabile intraprendere un cammino vocazionale nella vita consacrata. Quelli invece suscettibili di maturazione devono essere aiutati a «cambiare radicalmente», anche se - «natura non facit saltus»… - gradualmente. Non si deve cedere alla tentazione di abbassare le esigenze ascetiche per rendere loro il più agevole possibile il cammino formativo, perché equivarrebbe a ripetere l’errore pedagogico di cui sono stati vittime. E’ comunque doveroso offrire loro motivazioni solide e profonde, affinché scoprano  il “significato” e il “valore” autentici della vita e della vocazione.

VOLONTARISMO MARZIALE: E’ un fenomeno che si pone nella direzione opposta rispetto all’inerzia; accade più raramente, denunciando comunque una personalità squilibrata o immatura. Ad incentivarlo contribuisce  la diffusione delle filosofie orientali e delle corrispondenti arti marziali, perfettamente compatibili con l’individualismo narcisista della cultura occidentale contemporanea. C’è la concreta probabilità che alcuni giovani, afflitti da scarsa autostima e da un senso di inferiorità, cerchino la compensazione in uno stile di vita “rigorista” e “perfezionista”, strumentalizzando a questo scopo il contesto ambientale della vita religiosa  e illudendosi di diventare “qualcuno”sul piano ascetico o mistico. Questi soggetti sono «tipi tutti d’un pezzo, “primitivi adoratori dello sforzo”, che ocn un certo sussiego e  malcelata ambizione (di perfezione) s’impongono programmi di vita decisamente severi e fin troppo impegnati, sorretti da una volontà che spesso sconfina, appunto, con il volontarismo e che fa o farebbe la gioia di molti educatori. Il problema è che non di rado tale mania volontaristica si associa con una strana incapacità di cogliere le variazioni della vita, le sfumature della verità, la peculiarità dei singoli individui, il nascosto “humor” della storia e d’una storia di consacrazione, la gioia della vita, la bellezza della vita consacrata insomma»45. «Si parte da questo presupposto: per fare esperienza di Dio basta “fare” determinate cose, “osservare” un determinato codice di comportamento morale, “celebrare” certe azioni di culto, “imporsi” un’ascesi…(…) Costui non sa dire grazie. Quanto possiede è roba sua, frutto delle sue fatiche e delle sue rinunce. Identificato al livello psichico vede anche la santità e il rapporto con Dio in quest’ottica narcisista-individualista: “santo” per rispecchiarsi in una immagine positiva di sé  e guadagnarsi la “sua” salvezza. Della sua virtù, vera o presunta, rischia – certo senza rendersene conto – di farsene un idolo di cui vantarsi (cfr. Lc 18, 9.17), un titolo di merito che gli consente di sentirsi a posto con Dio e migliore degli altri (…). Perfetto “osservante” sul piano esterno, spesso anche rigido con se stesso e con gli altri, all’interno è povero di passione e di entusiasmo: a volte freddo e incapace di godere della vita e della sua scelta vocazionale finisce per diventare un triste osservante. In effetti la sua energia è troppo assorbita nello sforzo perfezionista per potersi appassionare, vivendo un’intimità profonda con il valore(…). Insomma, cuore e mente non sono sufficientemente coinvolti, e anche se moltiplica gli atti di culto, celebrati sempre con molta cura,  non si lascia molto prendere dal mistero che celebra, stabilisce un contatto molto superficiale con il divino, onora Dio con le labbra ma il cuore è, in definitiva, “lontano” (Mt 15,8). E se pure si impone duri sforzi ascetici, sembra farlo più da stoico che da innamorato. Non c’è in tutto questo  cattiva volontà, anzi, semmai c’è volontarismo, cioè “eccesso” di volontà, ma è proprio questo che va messo in discussione, per fare spazio anche alle altri componenti dell’anima umana. Anche perché la buona volontà non basta: è molto difficile che uno riesca a resistere a lungo nell’impegno spirituale chiedendo a se stesso di fare le cose solo dove e vuole farle. Prima o poi si stanca e lascia perdere (se non fa l’esaurimento nervoso)»46. E’ importante che i formatori non si lascino illudere dall’apparenza “esemplare” di un candidato, ma sappiano sondare gli squilibri nascosti e valutare se siano strutturali (e quindi dirimenti per la vocazione) o transitori.

AUTISMO RELAZIONALE: nell’era della comunicazione di massa è un fenomeno tutt’altro che raro; le cause sono molteplici: dalla incomunicabilità della famiglia d’origine (magari aggravata da una separazione) al senso di inferiorità o al narcisismo. «E’ la fase zero, il non rapporto, neppure quello duale. Fase tipica del bambino che si sente al centro delle cose e tutto vede a partire dal suo punto di vista o dal suo egoismo, giungendo a negare l’altro. E’ tipica anche dell’adulto rimasto bambino sul piano della capacità relazionale, non – necessariamente – perché incapace di rapportarsi all’altro (il termine autismo non va recepito senz’altro in senso clinico-patologico), ma perché vive il rapporto senza profondità, senza reale accoglienza dell’altro, senza compromettere la propria vita con l’altro, senza alcuna consegna di sé…47 ». (…) Logico che tutto ciò, tra l’altro, determinerà un impoverimento della persona, e ancor prima una sensazione sottile di indegnità, come una consapevolezza imbarazzata di portarsi dentro qualcosa di immondo, che va tenuto nascosto, che non va posto assolutamente in dialogo e relazione con nessuno (cfr. la citazione di JOHN POWELL relativa alla nota18 di questa relazione: ndr). Quante crisi dall’origine misteriosa, o quanta mediocrità e grigiore di vita non derivano da questa chiusura e da questo sottile autismo, religioso-teologico! Che renderà comunque debole, “parziale” (…), la capacità di relazione anche con Dio. Oppure, altra deriva autistica, pensiamo a tutte quelle forme di spiritualità privata e autoreferenziale che, mentre chiudono nei confronti degli altri e impoveriscono la fraternità, si consumano in una sorta di contemplazione di se stessi che allontana sempre più dal Dio di Gesù. Il cammino di fede, in ogni caso, inizia e cresce nella misura in cui il soggetto scopre queste zone morte o sordomute dentro di sé , come isole sena attracco o «buchi neri» del suo mondo interiore (per questo un po’ caotico) e ha il coraggio di metterle in circolo, di porle in rapporto con il Datore della vita. Perché lo Spirito abita anche lì…»48. Il formatore deve prestare allora molta attenzione a soggetti che, pur presentandosi come persone gioviali e simpatiche, non manifestano mai nulla di sé agli altri; nei capitoli e nelle revisioni di vita fanno solo interventi generici o astratti, senza riferimenti al proprio vissuto e ai propri pensieri; appaiono di tanto in tanto improvvisamente seri e distratti dall’ambiente circostante, dissimulando la situazione con giustificazioni banali e un certo imbarazzo; reagiscono in modo esagerato e incomprensibile ad un comportamento altrui assolutamente normale (un limpido gesto di affetto, oppure una lieve scherzosa aggressione, oppure una innocente e benevola ironia nei loro confronti…). In questi casi vale la pena di affrontare il problema – anche con la consulenza di uno psicoterapeuta – e di mettere serenamente in discussione anche il proseguimento nella vita religiosa.


39 CEI, Linee comuni per la vita dei nostri seminari, 25 aprile 1999, nn. 16-18

40 Riportato in: Filippo URSO, Fragilità psichica e mondo giovanile, Ed. Centro Volontari della Sofferenza, Roma 2006, p. 59: tutto il libro esplora i drammi esistenziali più o meno espressi del mondo giovanile, sostanzialmente condensati in una crisi di orientamenti educativi e nell’angosciosa ricerca di  “senso della vita”, a volte fino al limite della disperazione e del suicidio.

41 Testimoni di Gesù Cristo speranza del mondo, 29 aprile 2005, n. 15 c

42 F. D’URSO (a cura di), Fragilità psichica e mondo giovanile, Ed. Centro Volontari della sofferenza, Roma 2006, pp. 56-57

43 «l’uomo contemporaneo (…) sembra rifiutare istintivamente, e spesso irresistibilmente, tutto ciò che è penitenza nel senso del sacrificio accolto e praticato per la correzione del peccato. A questo riguardo vorrei sottolineare che anche se mitigata da qualche tempo, la disciplina penitenziale della Chiesa non può essere abbandonata senza grave nocumento sia per la vita interiore dei cristiani e della comunità ecclesiale, sia per la loro capacità di irradiazione missionaria. Non è raro che non-cristiani siano sorpresi per la scarsa testimonianza di vera penitenza da parte dei discepoli di Cristo. E’ chiaro, peraltro, che la penitenza cristiana sarà autentica, se sarà ispirata dall’amore, e non dal mero timore; se consisterà in un serio sforzo di crocifiggere l’”uomo vecchio”, perché possa rinascere il “nuovo”, ad opera di Cristo; se seguirà come modello Cristo che, pur essendo innocente, scelse la via della povertà, della pazienza, dell’austerità e, si può dire, della vita penitente»: GIOVANNI PAOLO II, Reconciliatio et paenitentia, 2 dicembre 1984, n. 26. «Gli psicologi fanno notare che i giovani, soprattutto, hanno bisogno per strutturare la loro personalità di incontrare degli ostacoli a cui resistere. La pedagogia messa in opera dalla formazione dei religiosi e delle religiose dovrà aiutarli ad entusiasmarsi per un’impresa che reclama qualche sforzo»: Potissimum Institutioni, 2 febbraio 1990, n. 37

44 A. CENCINI, I giovani sfidano la vita consacrata, Interrogativi e problematiche, Paline, Milano 1996, pp. 11-12

45 A. CENCINI, Vita consacrata, San Paolo, 1994, p. 96

46 A. CENCINI, Amerai il Signore Dio tuo, Psicologia dell’incontro con Dio, EDB, Bologna 2000, pp. 72-74

47 Il problema può contagiare la vita comunitaria: «La mancanza e la povertà di comunicazione genera di solito l’indebolimento della fraternità, per la non conoscenza del vissuto altrui che rende estraneo il fratello e anonimo il rapporto, oltre che creare vere e proprie situazioni di isolamento e di solitudine. In alcune comunità si lamenta la scarsa qualità della fondamentale comunicazione dei beni spirituali: si comunica su temi e problemi marginali, ma raramente si condivide ciò che è vitale e centrale nel cammino di consacrazione. Le conseguenze possono essere dolorose, perché l’esperienza spirituale acquista insensibilmente connotazioni individualiste»: La vita fraterna in comunità, 2 febbraio 1994, n. 32.

48 A. CENCINI, Dalla relazione alla condivisione, EDB, Bologna 2002, pp. 57-58

 

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