Fratelli di san Francesco

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2.1 Responsabilità

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CAPITOLO 2

DIMENSIONE UMANA DELL’ACCOMPAGNAMENTO

Nella complessità culturale e sociale in cui viviamo oggi è sempre più evidente come sia pericolosa l’improvvisazione nell’impegno formativo; i problemi familiari (genitori separati, provenienza adottiva, assenza di fratelli…), i disagi psicologici (sensi di inferiorità, nevrosi d’ansia, problemi di relazione, disturbi dell’alimentazione,…), le esperienze adolescenziali (relazioni sessuali, uso di stupefacenti, contatti con sette religiose,…), ecc. sono talmente differenziati e specifici, che davvero occorre essere estremamente attenti e prudenti nel discernimento vocazionale e nella ricerca di risposte appropriate alle varie situazioni che si presentano.
        Ci si rende conto che la buona volontà dei formatori non è, da sola, sufficiente; inoltre si sa che la grazia esige la collaborazione della natura e che l’esperienza pastorale non esclude affatto il dovere di aggiornarsi:
               
L’azione formativa non può (…) ignorare, a proposito delle vulnerabilità, i contributi delle scienze umane, assunti nell’orizzonte di un’antropologia cristiana1.

Un problema frequente dei formatori è quello di sentirsi sostanzialmente inadeguati alle delicate e difficili situazioni che si presentano oggi a chi ha la responsabilità del discernimento: è umanamente impossibile che una persona possa avere contemporaneamente competenza in campo morale, canonico e psicologico, per cui la consulenza può diventare di grande aiuto, purché non si deleghino agli esperti le decisioni che spettano unicamente ai responsabili diretti. Una tentazione opposta alla “delega” è quella “autoreferenziale”, con la quale si rischia di sentirsi sufficientemente capaci di svolgere da soli il proprio impegnativo compito – confidando magari nell’intuito o in un presunto – Ma non sempre accertato – carisma introspettivo. In altre parole:  non è detto che dei formatori volenterosi, esperti e fervorosi nella preghiera e fondati nella virtù abbiano la garanzia di riuscire ad affrontare infallibilmente ed esaustivamente la molteplicità di nuovi problemi che l’attuale generazione presenta al loro impegno educativo. D’altra parte anche la persona più qualificata e specializzata non può limitarsi alle proprie conoscenze professionali senza sottoporre le proprie valutazioni alla verifica da  parte di chi ha l’autorità del discernimento spirituale. 

Presupposti dell’accompagnamento

          Avendo a  che fare con persone non si può agire nel discernimento solamente con schemi prestabiliti o, peggio, con pregiudizi e luoghi comuni dei quali è impregnata la mentalità corrente. Come in ogni professione, occorre assumere atteggiamenti consoni e servirsi di strumenti adatti; soprattutto è necessario acquisire alcune essenziali virtù:

  1.  
    1. Responsabilità E’ purtroppo caratteristica della nostra convulsa epoca la «diserzione» dalle responsabilità, scegliendo di non scegliere, rinunciando  a decidere e rimandando i problemi. Questo processo che, per la latitanza dell’autorità morale, conduce alla dittatura del relativismo, può investire come effetto domino la vita religiosa e, per la pressione culturale innescata dai dogmi del pensiero debole, può condurre ad un indifferentismo amorfo e invertebrato: con molte opzioni ideali (ecologia, pacifismo, impegno musicale, come cantautori, ecc.) ma senza valori autenticamente spirituali. E’ quindi urgente che nel discernimento e nella formazione si rifondino solide basi di riferimento.

Si può dire che – nella quasi totale assenza di coordinate valoriali in cui oggi i giovani sono costretti a crescere – il discernimento vocazionale e la formazione non costituiscono “una tra le tante” responsabilità, ma la prima e fondamentale:
           
Il romano Pontefice e i Vescovi svolgono nella Chiesa il ruolo di maestri autentici e di santificatori di tutto il gregge. A loro volta i Superiori religiosi rivestono speciale autorità per la guida del proprio istituto, e portano il peso non lieve della specifica formazione dei confratelli (Cfr. PC 14, 18).
I vescovi e i superiori, pertanto, gli uni e gli altri secondo il proprio ruolo, ma in armonia tra loro e in concorde impegno, diano una vera precedenza alle responsabilità di formazione2.

Il “peso non lieve” è portato dai superiori con l’aiuto dei collaboratori preposti all’esercizio condiviso del ministero formativo, oltre che della responsabilità del discernimento; questo impegno svolto collegialmente nell’obbedienza è nella sua essenza una partecipazione all’azione sovrana di Dio stesso:

Dio Padre, nel dono continuo di Cristo e dello Spirito, è il formatore per eccellenza di chi si consacra a Lui. Ma in quest’opera Egli si serve della mediazione umana, ponendo a fianco di colui che Egli chiama alcuni fratelli e sorelle maggiori. La formazione è dunque partecipazione all’azione del Padre che, mediante lo Spirito, plasma nel cuore dei giovani e delle giovani i sentimenti del Figlio. I formatori e le formatrici dovranno perciò essere persone esperte nel cammino della ricerca di Dio, per essere in grado di accompagnare anche altri in questo itinerario. Attente all’azione della grazia, esse sapranno indicare gli ostacoli anche meno evidenti, ma soprattutto mostreranno la bellezza della sequela del Signore ed il valore del carisma in cui essa di compie. Ai lumi della sapienza spirituale uniranno quelli offerti dagli strumenti umani che possano essere di aiuto sia nel discernimento vocazionale, sia nella formazione dell’uomo nuovo, perché divenga autenticamente libero.
(…) Di fronte a compiti tanto delicati appare veramente importante la formazione di formatori idonei, che assicurino nel loro servizio una grande sintonia con il cammino di tutta la Chiesa3.

La grande responsabilità di formare – dopo averli accolti con attento discernimento – i religiosi di domani è stata ribadita anche nel più recente magistero sulla vita consacrata, come si vedrà in seguito4.


1 CEI, Linee comuni per la vita dei nostri seminari, 25 aprile 1999, n. 14; il Concilio Vaticano II, che ha riconosciuto la legittima indipendenza delle scienze (GS 59), raccomanda a tutti coloro che sono impegnati nell’attività pastorale di acquisire un’approfondita formazione nel campo della psicologia e della sociologia (ivi, 62). Certe comprensibili riserve e paure discendono dal fatto che, dopo il Concilio, un’interpretazione massimalista della raccomandazione aveva indotto molti formatori a psicanalizzare tutti i candidati, con conseguenze infauste per gli Istituti.

2 Mutuae relations, 14 maggio 1978, n. 23: EV 6, 646. Il primo documento post-conciliare sul rinnovamento della vita religiosa, aveva chiaramente sottolineato tale responsabilità: «I superiori che hanno la responsabilità di ammettere al noviziato, devono fare attenzione a non ammettere se non quei candidati che presentino le attitudini e i requisiti di maturità ritenuti necessari per iniziare la vita religiosa, tale quale è vissuta nell’istituto» Renovationis causam, 6 gennaio 1969, n. 14

3 Vita consecrata, 25 marzo 1996, n. 66

4 Ripartire da Cristo, 19 maggio 2002, n. 18 

 

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