Fratelli di san Francesco

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2.3 Sensibilità

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In una certa mentalità preconciliare, informata più da una certa organizzazione disciplinare che da un modello di formazione integrale di impronta evangelica, tendeva a predominare lo stile educativo orientato a realizzare l’ ”uniformità”: non si può negare il senso pratico di tale metodo, soprattutto in presenza di folti gruppi di candidati; purtroppo il rovescio della medaglia si manifestava in una scarsa considerazione della unicità e irripetibilità  di ogni individuo, preso nelle sue personali condizioni di vita: età, caratteristiche somatiche, livello di scolarizzazione, capacità intellettive ecc. Così capitava che un giovane, un adulto, un piccolo, un gigante…avessero la stessa razione di cibo; un candidato intelligente con licenza elementare si vedeva negata la prospettiva del sacerdozio, mentre chi proveniva da un ambiente colto vi era a volte indirizzato, anche se possedeva mediocri capacità. Con il Concilio è stato sollecitato un lavoro formativo che rispetti «le capacità intellettuali e l’indole personale di ciascuno»8 , cioè meno generico e più malleabile: onestamente si devono ammettere alcuni evidenti errori di interpretazione e di attuazione delle indicazioni conciliari, come ad esempio un certo “genericismo”9 e un diffuso individualismo10; tuttavia l’esigenza di un rinnovamento nella sensibilità pedagogica dei formatori a conoscere e guidare più da vicino i candidati è stata confermata dal Magistero:

E’ lo stesso religioso che ha la responsabilità primaria di dire «si» alla chiamata che ha ricevuto e di accettare tutte le conseguenze di tale risposta, la quale non è tanto di ordine intellettuale, ma piuttosto di ordine vitale. La chiamata e l’azione di Dio, come il suo amore, sono sempre nuovi: le situazioni storiche non si ripetono mai. Il chiamato, quindi, è necessariamente invitato a dare una risposta attenta, nuova e responsabile. Il suo cammino ricorda quello del popolo di Dio nell’Esodo, come pure la lenta evoluzione dei discepoli «tardi a credere»  (Lc 24,25), ma che finiscono per ardere di fervore quando il Signore risuscitato si manifesta loro (Lc 24,32). Ciò vuol dire fino a qual punto la formazione del religioso debba essere personalizzata. Si tratterà quindi di richiamarsi vigorosamente alla sua coscienza personale e alla sua personale responsabilità, perché interiorizzi i valori della vita religiosa e nello stesso tempo la regola di vita che gli è proposta dai suoi maestri e maestre di formazione, per cui trovi in se stesso la giustificazione delle sue opzioni pratiche e, nello Spirito creatore, il suo dinamismo fondamentale. Si deve quindi trovare un giusto equilibrio tra la formazione di gruppo e quella di ciascuna persona, tra il rispetto dei tempi per ciascuna fase della formazione e il  loro adattamento al ritmo di ciascuno11.

La sensibilità del formatore non deve certamente indebolire la sua autorevolezza e nemmeno farlo abdicare dalla sua responsabilità educativa; lo pone invece nella disponibilità generosa a comprendere profondamente ogni candidato, realizzando con esso un’equilibrata familiarità che ispiri la fiducia e la confidenza dell’amicizia; infatti oggi i giovani sono spesso estroversi negli atteggiamenti esterioridelle relazioni interpersonali, ma allo stesso tempo «esitano a dire chi sono e ciò che essi sono chiamati a divenire»12.
        Occorrono delicatezza e rispetto, sollecitando prudentemente e amabilmente ad aprire il cuore e la coscienza; è utile la rassicurante spiegazione del «sigillo sacramentale della confessione», come pure la garanzia di riservatezza nei riguardi del «segreto commesso»13. Si deve tenere conto della fatica che i giovani incontrano a manifestare il loro intimo, soprattutto se si tratta di liberarsi da dolorose esperienze familiari, dai traumi nell’inseirmento sociale seguiti da complessi di inferiorità e dai problemi collegati alla violenza, alla droga e all’erotismo14. In questi casi il formatore deve essere anche un medico accorto e prudente,per aiutare quei giovani a fare rimarginare le loro ferite affettive e psicologiche; è importante che il responsabile impari a distinguere le situazioni veramente critiche da quelle che possono essere ridimensionate e pazientemente risolte, ricorrendo con equilibrio, se necessario, all’intervento di un affidabile esperto in scienze umane15.
        E’ importante evitare ogni fretta e precipitazione quando si tratta di accogliere un candidato in Postulato o di ammetterlo in Noviziato: 

Nelle circostanze attuali e in modo piuttosto generale, si può dire che la diagnosi della Renovationis causam (R C 4) conserva tutta la sua attualità: « La maggior parte delle difficoltà incontrate a nostri giorni nella formazione dei novizi derivano dal fatto che essi, al momento della loro ammissione al noviziato, non possedevano quel minimo di maturità necessaria». Certamente, non si esige che il candidato sia in condizione di assumere immediatamente tutti gli obblighi dei religiosi, ma deve essere ritenuto capace di giungervi progressivamente. Il poter giudicare su tale capacità giustifica che si diano il tempo e i mezzi per giungervi. Questo è lo scopo della tappa preparatoria al noviziato, qualunque sia il nome che le si dia: postulato, pre-noviziato, ecc. Spetta  unicamente al diritto proprio degli istituti precisarne le modalità di esecuzione, ma comunque sia, «nessuno può essere ammesso senza una adeguata preparazione» (CIC, c. 597, 2) (…) questa tappa preparatoria, che non bisogna temere di prolungare, dovrà applicarsi a verificare e a chiarire alcuni punti che permettano ai superiori di pronunciarsi sull’opportunità e il momento dell’ammissione al noviziato. Si baderà a non precipitare la data di questa ammissione né a differirla indebitamente, purché si giunga a un giudizio certo sulle garanzie offerte dalla persona dei candidati16.

Si tratta di una responsabilità evidentemente molto grave, che deve mettere in guardia i formatori da ogni superficialità di giudizio, come pure da quel pericoloso ottimismo che tende a minimizzare i problemi, a sottovalutare le lacune, a relativizzare i sintomi di malessere, a liquidare i segni di squilibrio come episodi insignificanti, a equivocare le confidenze angosciose come paure infondate, a riporre un’ingenua e accidiosa fiducia nelle possibilità di auto-guarigione della umanità del candidato, oppure a delegare in blocco il problema all’azione soprannaturale della grazia17.
        La sensibilità del formatore deve indurlo a non eludere i problemi, ma ad affrontarli senza rispetto umano o pilatesca ignavia: senza ingerenze indebite e indagini inquisitorie, ma con rispettosa prudenza e sincera chiarezza; il discernimento preventivo è più efficace:

Troppo spesso i problemi che teniamo sommersi dentro di noi, nell’oscurità dell’inconscio, rimangono imprecisati e perciò distruttivi. Noi da una parte non vediamo le loro vere dimensioni e dall’altra sperimentiamo la loro forza perturbatrice. Parlandone con un amico, arriveremmo a metterli a fuoco. Confidandoci con lui, acquisteremmo il senso delle proporzioni, ci avvieremmo alla scoperta della nostra identità e diventeremmo capaci di accettarci come siamo18 .

        Certamente non tutta la responsabilità del processo di liberazione dalle immaturità e dalle esperienze negative, pesa sulle spalle del formatore; secondo il principio di «reciprocità» deve esserci una libera e sincera collaborazione da parte del candidato, senza la quale ogni più sensibile ed esperto approccio educativo fallirebbe inesorabilmente:

La disposizione reale della persona, rispetto alla prova di maturità che la sua missione comporta, è una scoperta che richiede un delicato e a volte complesso procedimento di interpretazione e di discernimento. La riuscita di ciò, in ogni caso, sarà il frutto di un’intesa profonda tra l’educatore  e il giovane in formazione: al primo non dovrà mancare una sostanziale competenza nell’interpretare i segni presenti nelle manifestazioni quotidiane della vita; al secondo non dovrà mancare una sostanziale disposizione alla fiducia e all’apertura sincera. Ogni percorso educativo accade nell’incontro di queste premesse spirituali19.

        Si tratta quindi di instaurare un’autentica e solida amicizia spirituale basata su un interscambio aperto e franco di esperienze, pensieri, aspettative e proposte, in un clima di cordialità e fiducia; si può estendere a tutte le condizioni di formazione, cioè in ogni tappa educativa, ciò che il primo documento post-conciliare esige per il noviziato:

I  superiori  e  il maestro dei novizi  devono sempre  dar prova   ai novizi
di semplicità  evangelica, di amicizia accompagnata a bontà, e di rispetto della loro personalità, al fine di creare un clima di fiducia, di docilità e di apertura…20

        Un’amicizia che non ha nulla del superficiale cameratismo e che non ristagna in sentimentalismi trasognati, ma che fatica e soffre nelle doglie del parto (Cfr. Rom 8, 22; Gal 4, 19), per dare vita a personalità formate e mature:

Le persone che noi aiutiamo non sono per noi come delle figure su un palcoscenico, ma qualcuno con cui ci coinvolgiamo, e al quale ci affianchiamo nella sua «lotta di Giacobbe» (Gen 32, 23-33: Cfr Vita consacrata, n. 38). E’ una lotta che spesso inizia come lotta umana, psicologica: una difficoltà con radici nel passato familiare, una ambizione irrealista, un incontro sbagliato o casuale. Ma ultimamente è una lotta che vuole trasformarsi in una lotta religiosa. Se questa trasformazione non avviene, il nostro contributo formativo rimane molto parziale e insufficiente. Quando, invece, nell’esperienza di una difficoltà, di un incontro o scontro umano, può rendersi trasparente una lotta  cristiana e religiosa, quella difficoltà non solo è recuperata e accettata, ma redenta. Questo è uno degli scopi fondamentali del lavoro educativo21.

Certamente è faticoso e poco gratificante  stare sempre all’erta, osservare diligentemente gli atteggiamenti  di ogni candidato, interpellarlo sugli aspetti poco chiari del suo modo di agire, richiamarlo a verifiche impegnative, correggerlo senza timore di ”perdere punti” nella sua considerazione. Non è facile il compito profetico della sentinella, tanto icasticamente rappresentato  al capitolo 33 del Libro  di Ezechiele (vv. 1-9; cfr. Ez 3, 16-21), come pure è esigente il dovere di essere pastori – cioè educatori – secondo il cuore di Dio (cfr. Ez 34); le negligenze deliberate nel compiere il proprio dovere già agli inizi del discernimento possono avere conseguenze incontrollabili ed esiti irreversibili a distanza di qualche anno, come afferma senza mezze misure uno psicoterapeuta molto esperto a proposito di situazioni concrete, da lui stesso affrontate nel seguire sacerdoti e religiosi in crisi:
       
Negli anni di seminario si tralasciano aspetti assai importanti del tessuto umano sul quale si innesta il seme della vocazione, vuoi per problemi inerenti alla personalità del formatore, vuoi per falsi motivi di comprensione, pazienza, rispetto dei ritmi di crescita…Questi aspetti, scissi dall’iter formativo, rimangono congelati e perciò non mandano subito segnali di protesta. Anzi, tutto procede bene perché il formatore e l’interessato si astengono dall’entrare in tematiche che farebbero saltare questo benessere apparente (quanti rettori da battistrada si trasformano in pacificatori e appena eletti cadono nella sindrome del mammismo!). Trascorsi gli anni di formazione, l’impatto con la realtà pastorale (non sempre alleata della crescita spirituale del prete) trova quel soggetto sereno (= congelato) inadeguato e quegli infantilismi prorompono in modo eclatante. Ciò che all’inizio poteva essere integrato abbastanza facilmente, oggi si presenta incancrenito e ci vuole una lunga opera di scrostamento dagli esiti incerti. Davvero, all’inizio, si erano amate e rispettate le persone? Gli effetti direbbero che si erano elegantemente disprezzate, viste come si voleva che fossero e non come sarebbero potute diventare.
Non ho mai capito perché ciò che all’inizio della formazione è considerato irrilevante per l’assunzione dell’impegno, è poi considerato determinante per la dispensa dallo stesso22.


8 PC 18 b

9 Cfr. La vita fraterna in comunità, 2 febbraio 1994, n. 46

10 Cfr. Vita consecrata, 25 marzo, 1996, n. 70; Ripartire da Cristo, 19 maggio 2002, n. 12

11 Potissimum Institutioni, 2 febbraio 1990. N. 29; a proposito del “ritmo di ciascuno” è opportuno tener conto delle sagge indicazioni sui tempi previsti dal Codice di Diritto canonico per la Professione semplice e perpetua

12 Potissimum Institutioni, n. 88

13 Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1467. 2488 – 2492; Giovanni Paolo II, Discorso alla Penitenzieria Apostolica, 12 marzo 1994

14 «E’ sempre meno raro trovare, tra i candidati alla vita religiosa, giovani che non abbiano fatto esperienze infelici in questo campo»: Potissimum Institutioni, 2 febbraio 1990, n. 42

15 La vita fraterna in comunità, 2 febbraio 1994, n. 38

16 Potissimum Institutioni, nn. 42-43. Anche se impegnativa, di sicura efficacia è l’attenzione al «principio di gradualità», oggi più che mai urgente per aiutare i giovani a fare il salto vertiginoso tra una mentalità tipicamente consumista-edonista-individualista e i valori rispettivamente opposti che realizzano la consacrazione secondo i consigli evangelici di povertà-castità-obbedienza; in alcuni casi è necessario anche colmare gravi lacune sugli articoli della fede. E’ alloraopportuno che alcuni aspiranti aspettino ad entrare, frequentando intanto l’istituto con assiduità e impegnandosi a maturare con l’aiuto della catechesi e dei sacramenti.

17 Ciò che Papa Paolo VI diceva a proposito del discernimento vocazionale e della formazione al presbiterato, può applicarsi anche alla vita di consacrazione: «Una vita così totalmente e delicatamente impegnata nell’intimo e all’esterno, come quella del sacerdote celibe, esclude…soggetti di insufficiente quilibrio psico-fisico e morale, né si deve pretendere che la grazia supplisca in ciòla natura»: Lett. Enc. Sacerdotalis caelibatus, 1967, n. 64

18 John POWELL, Perché ho paura di amare, Ed. Gribaudi, Torino 1972, p. 53

19 CEI, Linee comuni per i nostri seminari, 25 aprile 1999, n. 10

20 Renovationis causam, 6 gennaio 1969, n. 32; Potissimum Institutioni aggiunge: «I loro rapporti interpersonali saranno improntati a sempiicità e confidenza essendo basati principalmente sulla fede e sulla carità (…) con il vicendevole aiuto generoso e con lo scambio continuo dei beni materiali e spirituali in spirito di povertà e grazie all’amicizia e al dialogo»: n. 27

21 F. IMODA, Tre volti dell’educatore, «Tredimensioni» 1 (2004), p. 12

22 A. MANENTI, Aberrazioni da evitare, «Tredimensioni» 1 (2004), p. 25; anche un noto formatore francescano sottolinea «la necessità el’urgenza del non vivere con genericismi o superficialità il discernimento nei primissimi anni di formazione. Se ci sono dei dubbi, vadano approfonditi…E’ un momento difficile che domanda necessariamente l’entrare in se stessi, toccare con mano le proprie contraddizioni»: E. FORTUNATO (a cura) Cercatori di verità, Messaggero Padova 2001, p. 106

 

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