Fratelli di san Francesco

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2.7 Prossimità

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Si è parlato a più riprese di questo aspetto nel corso dei sottoparagrafi precedenti. L’accompagnamento vocazionale nel Magistero post-conciliare, si caratterizza come un percorso in cui la relazione tra giovane e formatore si fonda sulla comunicazione dell’esperienza di vita e sulla condivisione dei valori. Se da una parte non ci devono essere forzature di indirizzo da parte del formatore, dall’altra non ci si deve adagiare su un inconcludente girovagare senza progetti e senza meta. Questo stile di coinvolgimento formativo impegna maggiormente rispetto al semplice lavoro di «istruzione» e «addestramento», che è pure necessario: richiede infatti al formatore una dedizione più ampia e più assidua, uno sforzo di «conoscenza » della persona più attento e più profondo. Proprio per questo

E’ necessario mettere in atto un dialogo formativo capace di accogliere le caratteristiche umane, sociali e spirituali di cui ognuno è portatore, di discernere in essi i limiti umani che chiedono il superamento, e le provocazioni dello Spirito, che possono rinnovare la vita del singolo e dell’Istituto. In un tempo di profonde trasformazioni, la formazione dovrà essere attenta a radicare nel cuore dei giovani consacrati i valori umani, spirituali e carismatici necessari per renderli idonei ad attuare una «fedeltà creativa», nel solco della tradizione spirituale e apostolica dell’Istituto54.

Per ottenere un «dialogo formativo» veramente efficace, è necessario che il formatore abbia uno sguardo positivo e fiducioso nei riguardi dei giovani, prendendo esempio da Papa Giovanni Paolo II: un Pastore che non dissimulava i problemi, ma che sapeva porli in relazione con i doni di grazia in una prospettiva di speranza. Nella Esortazione apostolica sulla vocazione e missione dei laici troviamo un numero dedicato a un vero e proprio «ritratto » dei giovani del nostro tempo; lo riporto per intero, come «lente» attraverso la quale il formatore si impegni a guardare ogni vocazione da accompagnare:

Il Sinodo ha voluto riservare un’attenzione particolare ai giovani. E giustamente. In tanti paesi del mondo, essi rappresentano la metà dell’intera popolazione e, spesso, la metà numerica dello stesso Popolo di Dio che in quei paesi vive. Già sotto questo aspetto i giovani costituiscono una forza eccezionale e sono una grande sfida per l’avvenire della Chiesa. Nei giovani, infatti, la Chiesa legge il suo camminare  verso il futuro che l’attende e trova l’immagine e il richiamo di quella lieta giovinezza di cui lo Spirito di Cristo costantemente l’arricchisce. In questo senso il Concilio ha definito i giovani «speranza della Chiesa» (GE 2).
        Nella lettera scritta ai giovani e alle giovani del mondo (Parati semper), il 31 marzo 1985, leggiamo: «la Chiesa guarda i giovani; anzi, la Chiesa in modo speciale guarda se stessa nei giovani, in voi tutti ed insieme in ciascuna e in ciascuno di voi. Così è stato fin dall’inizio, dai tempi apostolici. Le parole di san Giovanni nella sua Prima Lettera possono essere una particolare testimonianza: “Scrivo a voi, giovani, perché avete vinto il maligno. Ho scritto a voi, figlioli, perché avete conosciuto il Padre (…). Ho scritto a voi, giovani, perché siete forti, e la Parola di Dio dimora in voi” (1Gv2,13ss). (…) Nella nostra generazione, al termine del secondo Millennio dopo Cristo, anche la Chiesa guarda se stessa nei giovani» (n. 15).
        I giovani non devono essere considerati semplicemente  come l’oggetto della sollecitudine pastorale della Chiesa: sono di fatto e devono venire incoraggiati a esserlo, soggetti attivi, protagonisti dell’evangelizzazione e artefici del rinnovamento sociale. La giovinezza è il tempo di una scoperta particolarmente intensa del proprio «io» e del proprio «progetto di vita», è il tempo di  una «crescita» che deve avvenire «in sapienza, età e grazia davanti a Dio e davanti agli uomini» (Lc 2,52).
                     Come hanno detto i Padri sinodali, «la sensibilità dei giovani percepisce profondamente i valori della giustizia, della non-violenza e della pace. Il loro cuore è aperto alla fraternità, all’amicizia e alla solidarietà. Sono mobilitati al massimo per le cause che riguardano la qualità della vita e la conservazione della natura. Ma essi sono anche carichi di inquietudini, di delusioni , di angosce e paure del mondo, oltre che delle tentazioni proprie del loro stato».
                     La Chiesa deve rivivere l’amore di predilezione che Gesù ha testimoniato al giovane del Vangelo: «Gesù, fissatolo, lo amò» (Mc 10,21). Per questo la Chiesa non si stanca di annunciare Gesù Cristo, di proclamare il suo Vangelo come l’unica e sovrabbondante risposta alle più radicali aspirazioni dei giovani, come la proposta forte ed esaltante di una sequela personale («Vieni e seguimi» [Mc 10,21]), che comporta la condivisione all’amore filiale di Gesù per il Padre e la partecipazione alla sua missione di salvezza per l’umanità.
                     La Chiesa ha tante cose da dire ai giovani, e i giovani hanno tante cose da dire alla Chiesa. Questo reciproco dialogo, da attuarsi con grande cordialità, chiarezza e coraggio, favorirà l’incontro e lo scambio tra le generazioni, e sarà fonte di chiarezza e di giovinezza per la Chiesa e per la società civile. Nel suo messaggio ai giovani il Concilio dice:«La Chiesa vi guarda con fiducia e con amore (…). Essa è la vera giovinezza del mondo (…), guardatela e troverete in lei il volto di Cristo » (Messaggio ai giovani, 8 dicembre 1965)55.

Si tratta di parole incoraggianti ma non illusorie, entusiaste ma senza retorica: pronunciate da un Papa che, fin da giovane sacerdote, era stato assiduamente in contatto con i giovani. Abbiamo sentito che essi sono considerati e incoraggiati ad essere «soggetti attivi», al di là delle loro «inquietudini, delusioni, angosce, paure e tentazioni»; che «hanno molte cose da dire alla Chiesa», loro Madre e Maestra. Tutto ciò non può avvenire in modo casuale e spontaneo, ma richiede una mediazione insostituibile: l’accompagnamento vocazionale da parte di testimoni convinti e credibili (riscrivo un testo citato alla Nota 16):

I giovani hanno una grande tensione verso l’autenticità: essi riescono a vibrare dove trovano autenticità e bellezza; quando scoprono la tenerezza dell’accoglienza , la disponibilità all’ascolto, le potenzialità positive dell’uomo, rispondono con entusiasmo, perché si  sentono capiti e lanciati verso una proposta della quale sono protagonisti e non solo ricettori passivi56
.
Ci si deve assolutamente convincere che i giovani di questa generazione, così promettenti ma anche così contraddittori, tanto generosi ma altrettanto fragili, hanno
bisogno di educatori in grado di stare al loro fianco, in modo assiduo e non occasionale, attenti a interpretare anche le resistenze e le inconsistenze, le cui radici sono spesso inconsce57.

Forse ci preoccupa la responsabilità che grava su chi deve affiancare i giovani nella ricerca vocazionale; oltre al già citato n. 55 del documento Evangelico Testificatio (cfr. la Nota 10), ci rasserenano – pur ammonendoci a fare diligentemente la nostra parte – le esortazioni di Papa GIOVANNI PAOLO II al Clero della diocesi di Roma, nel discorso tenuto il 14 febbraio 2002, all’inizio della Quaresima; il testo si riferisce al ministero dei presbiteri verso le vocazioni sacerdotali, ma si può applicare, per estensione, alla testimonianza dei consacrati nei confronti delle vocazioni religiose:

quando parliamo del nostro sacerdozio (o vita consacrata: ndr) e ne diamo testimonianza, dobbiamo farlo con grande gioia e gratitudine, e al tempo stesso con altrettanta grande umiltà, consapevoli che Dio «ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la sua grazia» (2 Tim 1,9).
(…) E’ chiaro però, carissimi Sacerdoti (o religiosi: ndr), che la pastorale vocazionale chiama in causa anzitutto noi ed è affidata in primo luogo alla nostra preghiera, al nostro ministero,alla nostra testimonianza personale (cfr., per i consacrati, ET 55: ndr).  E’ difficile, infatti, che una vocazione al sacerdozio (alla vita consacrata: ndr) nasca senza rapporto alla figura di un  sacerdote (religioso: ndr), senza contatto personale con lui, senza la sua amicizia, la sua paziente e premurosa attenzione, la sua guida spirituale.
Se i ragazzi e i giovani vedono sacerdoti (religiosi:ndr) indaffarati per troppe cose, pronti allo scontento e al lamento, trascurati nella preghiera e nei compiti propri del loro ministero, come potranno essere affascinati dalla vita del sacerdozio (della vita consacrata: ndr)? Se, invece, sperimentano in noi la gioia di essere ministri (testimoni: ndr) di Cristo, la generosità nel servizio alla Chiesa, la prontezza nel farsi carico della crescita umana e spirituale delle persone a noi affidate, saranno spinti ad interrogarsi se non possa essere questa anche per loro, la «parte migliore» (Lc 10,42), la scelta  più bella per le loro giovani vite.

L’esortazione di Giovanni Paolo II al clero di Roma trova eco fedele nel documento della «Pontificia Opera per le vocazioni ecclesiastiche», come appello rivolto ai religiosi affinché si formino ad essere autentiche guide nel cammino della ricerca e della verifica vocazionale dei giovani:

(…) emerge soprattutto nei giovani il bisogno di confronto, di dialogo, di punti di riferimento. I segnali al riguardo sono molti. C’è insomma urgenza di maestri di vita spirituale, di figure significative, capaci di evocare il mistero di Dio e disposti all’ascolto per aiutare le persone a entrare in un vero dialogo con il Signore.
Le personalità spirituali forti non sono soltanto alcune persone particolarmente dotate di carisma, ma sono il risultato di una formazione particolarmente attenta al primato assoluto dello Spirito58.

Nell’incontro e nell’accompagnamento dei giovani è doveroso escludere ogni improvvisazione, come pure guardarsi da una certa spavalda confidenza nei propri”presunti” carismi e, infine, evitare scrupolosamente ogni pressione psicologica o ricatto affettivo. Ci può aiutare l’insegnamento di una santa educatrice, lontana storicamente ma vicinissima a noi nella sua «moderna» - nel senso di attualizzabile – sapienza pedagogica:
         
Ascoltate Gesù Cristo che raccomanda: «Imparate da me che sono mansueto e umile di cuore» (Mt 11,29); e di Dio si legge che «governa con bontà eccellente ogni cosa» (Sap 8,1). E ancora Gesù dice: «Il mio giogo è dolce e il mio carico leggero» (Mt 11,30).
Ecco perché dovete sforzarvi di usare ogni piacevolezza possibile. Soprattutto guardatevi dal voler ottenere alcuna cosa per forza: poiché Dio ha dato ad ognuno il libero arbitrio e non vuole costringere nessuno, ma solamente propone, invita e consiglia59.

Si tratta di esortazioni riguardanti l’educazione in senso ampio, ma sono validissime anche nell’accompagnamento vocazionale. Tornando al documento pontificio, troviamo una descrizione precisa di questo percorso:
               
L’itinerario pedagogico vocazionale è un viaggio mirato verso la maturità della fede, come un pellegrinaggio verso lo stato adulto dell’essere credente, chiamato a decidere di sé e della propria vita  in libertà e responsabilità, secondo la verità del misterioso progetto pensato da Dio per lui. Tale viaggio procede per tappe in compagnia d’un fratello o sorella maggiore nella fede e nel discepolato, che conosce la strada, la voce e i passi di Dio, che aiuta a riconoscere il Signore che chiama e a discernere la via lungo la quale andare verso  Lui e a rispondergli.
Un itinerario vocazionale, allora, è anzitutto cammino con Lui, il Signore della vita, quel «Gesù in persona», come annota con precisione Luca (Lc 24,15), che s’accosta al cammino dell’uomo, fa lo stesso percorso ed entra nella sua storia. Ma gli occhi di carne spesso non lo sanno riconoscere e allora l’andare umano resta solitario e il discorrere inutile, mentre il cercare rischia di perpetuarsi, in un interminabile e a volte narcisistico «far esperienze», anche vocazionali, senza alcun esito decisionale60.

La saggezza e l’intelligenza del formatore consisterà in un approccio sereno e paziente, ma non incerto e superficiale; l’ascolto sarà ad ampio raggio, ma il discorso dovrà essere prudentemente condotto alla questione centrale: la chiamata specifica e personale  da parte di Gesù Cristo «in persona».
        C’è un’altra immagine simbolica molto appropriata per descrivere il dialogo vocazionale: l’incontro del Signore con la samaritana al pozzo di Giacobbe (Gv 4,5 – 26):
Anche da questo brano traspare la sovrana libertà di Gesù nel cercare ovunque e in chiunque i suoi messaggeri; ma è pure singolare l’attenzione, da parte di Colui che è la via dell’uomo verso il Padre, d’incrociare la creatura lungo le sue vie, o di aspettarla dove più evidente e intensa è la sua attesa. E’ quanto si può dedurre dall’immagine simbolica del «pozzo». I pozzi, nell’antica società giudaica, erano fonte di vita, condizione basilare di sopravvivenza per un popolo sempre alle prese con la penuria d’acqua; ed è proprio attorno a questo simbolo, l’acqua per e della vita, che Gesù costruisce con finissima pedagogia il suo approccio con la donna.  
Accompagnare un giovane vuol dire saper identificare i «pozzi» di oggi: tutti quei luoghi  e momenti, quelle provocazioni e attese, ove prima o poi tutti i giovani devono passare con le loro anfore vuote, con i loro interrogativi inespressi, con la loro sufficienza ostentata e spesso solo apparente, con la loro voglia profonda e incancellabile di autenticità e di futuro.
La pastorale vocazionale non può essere «attendista», ma azione di chi cerca, e no si dà per vinto finché non abbia trovato, e si fa trovare al posto o al pozzo giusto, laddove il giovane dà l’appuntamento alla vita e al futuro 61.

L’accompagnamento vocazionale deve tener conto del principio di gradualità che deve sottostare alla ricerca e alla comprensione della volontà di Dio; i giovani cresciuti nella mentalità efficientista e opzionale, vogliono in fretta vedere, scegliere e prendere; cercano risposta alla loro ricerca in segni sensibili o in rivelazioni straordinarie, secondo alcuni canoni esoterici ai quali li ha assuefatti la cultura new-age;  vogliono trovare, nella guida spirituale, un misto tra il guru, il veggente e il mistico, che li indirizzi infallibilmente, al riparo dalla fatica di cercare, dalla paura di sbagliare e dalla frustrazione di ricominciare. Invece il cammino insieme comporta la sofferenza di percorrere insieme le vie sconosciute e imprevedibili della volontà di Dio:
(…) lungo il cammino di accompagnamento si tratta di educare il giovane. Educare nel senso etimologico del verbo, come un tirar fuori (educere) da lui la sua verità, quel che ha in cuore, anche ciò che non sa e non conosce di sé: debolezze e aspirazioni, per favorire la libertà della risposta vocazionale62.

Tale intervento “ostetrico” è tutt’altro che facile e gratificante, ma è indispensabile; non è comunque un’impresa impossibile se è sostenuta dall’azione della grazia; è necessario dunque chiederla insistentemente invocando dallo Spirito santo il dono del consiglio, per non correre il rischio di inseguire false mete o di adagiarsi in un “quieto vivere” privo di iniziative e senza prospettive. Non si tratta di una preghiera soltanto devozionale, ma di una in-vocazione che nasce dal profondo e cerca la pace e la gioia nella verità per la propria esistenza:

Educare vuol dire evocare la verità dell’io. Tale evocazione nasce esattamente dall’in-vocazone orante, da una preghiera che è più preghiera di fiducia che di domanda, preghiera come sorpresa e gratitudine; ma anche come lotta e tensione, come «scavo» sofferto delle proprie ambizioni per accogliere attese, domande, desideri dell’Altro: del Padre che nel Figlio può dire, a colui che cerca, la via da seguire.
Ma allora la preghiera diventa il luogo del discernimento vocazionale, dell’educazione all’ascolto del Dio che chiama, perché qualsiasi vocazione ha origine negli spazi di una preghiera invocante, paziente e fiduciosa: sorretta non dalla pretesa di una risposta immediata, ma dalla certezza o dalla speranza che l’invocazione non può non essere accolta, e farà scoprire a suo tempo, a colui che invoca, la sua vocazione.
Nell’episodio di Emmaus tutto ciò è rivelato con un’espressione essenziale, forse la più bella preghiera mai pregata da cuore umano: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno ormai volge al declino» (Lc 24,29). E’ la supplica di chi sa che senza il Signore si fa subito notte nella vita, senza la sua Parola c’è l’oscurità dell’incomprensione o della confusione d’identità; la vita appare senza senso e senza vocazione. E’ l’invocazione di chi ancora non ha scoperto, forse, la sua strada, ma intuisce che stando con Lui ritorva se stesso, perché Lui solo ha «parole di vita eterna» (Gv 6, 67-68).
Questo tipo di preghiera in-vocante non s’apprende spontaneamente, ma ha bisogno di un lungo apprendistato; e non s’impara da soli, ma con l’aiuto di chi ha imparato ad ascoltare i silenzi di Dio. Né chiunque può insegnare tale preghiera, ma solo chi è fedele alla sua vocazione.
E allora, se la preghiera è la via naturale  della ricerca vocazionale, oggi come ieri o più di ieri, sono necessari educatori vocazionali che preghino, che insegnino a pregare, che educhino all’in-vocazione63.

Il Concilio ha sottolineato che «fonte e culmine» di tutta la preghiera della Chiesa è l’Eucaristia (cfr, SC 10); qui, come i discepoli di Emmaus, riconosciamo Gesù Cristo nel segno forte e inequivocabile dello spezzare il pane (cfr. Lc 24, 30-31) e troviamo il senso autentico di ogni dono, ricevuto od offerto:
In prospettiva vocazionale ciò sta a dire l’importanza di porre in atto gesti forti, segnali inequivocabili, proposte alte, progetti di sequela totale.
Il giovane ha bisogno di essere stimolato da ideali grandi, in vista di qualcosa che lo supera ed è al di sopra delle sue capacità, per cui vale la pena di dare la propria vita. Lo ricorda anche l’analisi psicologica: chiedere a un giovane qualcosa che è al di sotto delle sue possibilità, significa offendere la sua dignità e impedire la sua piena realizzazione; detto in positivo, al giovane va proposto il massimo di quel ce può dare perché diventi e sia se stesso.
E se Gesù viene riconosciuto «allo spezzare il pane», la dimensione eucaristica dovrebbe sottendere ogni cammino vocazionale: come «luogo» tipico della sollecitazione vocazionale, come mistero che dice il senso generale dell’esistenza umana, come obbiettivo finale di qualsiasi pastorale vocazionale che voglia essere cristiana64.  


54 Ripartire da Cristo, 19 maggio 2002, n. 18; «il fine primario della formazione è quello di permettere ai candidati alla vita religiosa ed ai giovani professi di scoprire prima, di assimilare ed approfondire poi, in che cosa consista l’identità del religioso. Solo a queste condizioni la persona consacrata a Dio si inserirà nel mondo come un testimone significativo, efficace e fedele»: Potissimum Institutioni, 2 febbraio 1990, n. 6: cfr. GIOVANNI PAOLO II, Discorso all’UISG, 7 maggio 1985

55 Christi Fideles laici, 30 dicembre 1988, n. 46: Non possiamo dimenticare le ultime parole sussurrate dal Papa agonizzante ai giovani:«Vi ho cercato; avete risposto; vi ringrazio», splendida sintesi del suo lungo apostolato tra di loro.

56 EUGENIO PICUCCI, Convegno CISM 2002, Collevalenza, in: Protési verso il futuro, Ed. il Càlamo, Roma 2003, p. 186

57 COMMISSIONE EPISCOPALE PER IL CLERO, Linee Comuni per la vita nei nostri seminari, 25 aprile 1999, n. 14. «Vi supplico ancora di voler ricordare e tenere scolpite nella mente e nel cuore tutte le vostre figliole ad una ad una; e non solo i loro nomi, ma ancora la condizione e indole e stato ed ogni cosa loro»: S. Angela Merici, Uff. Letture della Memoria, 27 gennaio

58 Nuove vocazioni per una Nuova Europa, 8 dicembre 1997, n. 29d: segue un appello a valorizzare, in questa dimensione, l’apporto sempre più incisivo della ministerialità educativa della donna e a riconoscere la peculiarità del «genio femminile». 

59 S. Angela Merici: vedi nota 57

60 Nuove vocazioni per una nuova Europa, n. 34 a

61 Nuove vocazioni per una nuova Europa,  n. 34 b

62 Ivi, n. 35: «non è importante che il giovane scopra subito (o che la guida intuisca immediatamente) la strada che ha da seguire: ciò che conta è che scopra e decida  in ogni caso di collocare fuori di sé , in Dio Padre, la ricerca del fondamento della sua esistenza. Un autentico cammino vocazionale porta sempre e comunque alla scoperta della paternità e maternità di Dio»(Ivi).

63 Ivi, n. 35 d

64 Ivi, n. 36 a

 

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