Fratelli di san Francesco

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2.8 Realismo

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Un pericolo attuale tutt’ altro che trascurabile è quello di sottovalutare la concretezza dei problemi; si considera un modello ipotetico di candidato alla vita consacrata: recettivo, docile, disposto a collaborare alla formazione, responsabile, stabile…A volte, pur notando evidenti carenze e fragilità, si tende a considerarle come contingenti e spontaneamente superabili; con una certa leggerezza che non si può configurare come ottimismo, si immagina che bastino alcune istruzioni a carattere ascetico-spirituale e qualche consiglio, tanto pratico quanto generico, a scongiurare eventuali crisi e a risolvere brillantemente tutti i problemi…
Il Magistero – troppo spesso snobbato anche da  prestigiosi scrittori    che si definiscono apologeti cattolici – non è affatto quella artificiosa «Chiesa di carta» che si siede a chiacchierare di se stessa, lontana dai problemi reali; è invece un armonico e progressivo sviluppo della tradizione, fedele ai fondamenti immutabili e sensibile alle situazioni concrete che si presentano in ogni tempo. Bastano alcune citazioni per dimostrare quanto la Chiesa sia «attenta» e premurosa nelle sue direttive. La Nota della Commissione Episcopale per il Clero della CEI sul discernimento e la formazione dei candidati al sacerdozio (come in precedenza il discorso vale analogamente per la vita consacrata), ammonisce i formatori con estrema chiarezza:

«L’educatore  deve  essere in     grado di  non  illudersi e di non illudere sulla presunta consistenza e maturità dell’alunno. Per questo non basta il “buon senso”, ma occorre uno sguardo attento e affinato da una buona conoscenza delle scienze umane per andare al di là delle apparenze e del livello superficiale delle motivazioni e dei comportamenti, e aiutare l’alunno a conoscersi in profondità, ad accettarsi con serenità, a correggersi e a maturare partendo dalle radici reali, non illusorie, e dal “cuore” stesso della persona»65. Occorre dunque superare ogni approccio pedagogico parziale66.

        Si tratta di un’ammonizione – indiretta, ma molto chiara – che non esprime solamente una preoccupazione per dei rischi ipotetici, ma anche il rammarico per gli errori che si continuano a commettere; infatti il formatore corre il rischio di illudersi, vedendo il giovane in discernimento non «come é», ma «come si aspetta che sia»: così è portato a sottovalutarne i limiti e i difetti, come pure ad apprezzarne le qualità “apparenti” senza approfondirne la vera origine; può cadere, in buona fede, nel tranello di credere ingenuamente alle sincere aspirazioni manifestate dal giovane, dimenticandosi così di sondarne criticamente le reali motivazioni, magari inconsce.
        Il formatore rischia anche di illudere il giovane rassicurandolo prematuramente  o superficialmente in merito alle sue immaturità e carenze, dissimulando – per il timore infondato di spaventarlo – le reali difficoltà a cui andrà incontro o, addirittura, minimizzando le esigenze di espropriazione e di radicalità della vita consacrata…tutto ciò, magari,  “a fin di bene”: non per ingannare con malizia il candidato, ma per “aiutarlo – così si pensa – a vincere le naturali resistenze del dubbio e della paura: ai condizionamenti della cultura e della mentalità comune, che tendono a svalutare il significato e il valore della vocazione, non è lecito reagire con forzature psicologiche e con pregiudizi contrapposti; si deve presentare invece la realtà sociale, familiare, ecclesiale, su analisi attendibili (le riviste cattoliche, in questo senso, sono molto precise: basta riprendere le indagini di «La civiltà cattolica» riportate nel primo capitolo di questa relazione).
        E’ importante ricordare che, per sottolineare la «eminenza » della castità consacrata, è sbagliato deprezzare l’amore umano e il matrimonio67, esaltando i vantaggi “pratici” della vita religiosa, quasi presentandola come uno “scampato pericolo” e una “invidiabile…sistemazione”.
        Per prevenire i rischi delle possibili illusioni, ci viene sempre in aiuto l’equilibrata ed esperta diagnosi della Chiesa che, nel suo Magistero, offre valide e sicure indicazioni operative:

La scelta vocazionale indica novità di vita, ma in realtà è anche segno d’un recupero della propria identità, quasi un «ritorno a casa», alle radici dell’io. Nel brano di Emmaus è simboleggiato dall’espressione: «…e fecero ritorno a Gerusalemme».
E’ molto importante nella formazione alla scelta vocazionale, ribadire l’idea che essa rappresenta la condizione per essere se stessi e realizzarsi secondo quell’unico progetto che può dare felicità. Troppi giovani pensano ancora il contrario circa la vocazione cristiana, la guardano con diffidenza e temono che essa non possa renderli felici; ma finiscono poi per essere infelici come il giovane triste del Vangelo (cfr. Mc 10,22).
Quante volte anche gli atteggiamenti degli adulti, genitori compresi, hanno contribuito a creare un’immagine negativa della vocazione, in particolare al sacerdozio e alla vita consacrata, creando anche ostacoli per la sua realizzazione e scoraggiando chi vi sentiva chiamato!
Non si risolve, peraltro, questo problema con una banale propaganda contraria, che enfatizzerebbe gli aspetti positivi e gratificanti della vocazione stessa, ma soprattutto sottolineando l’idea, che la vocazione è il pensiero di Dio sulla creatura, è il nome da Lui dato alla persona.
Scoprire e rispondere alla vocazione da credenti vuol dire trovare quella pietra su cui è scritto il proprio nome (cfr. Ap 2, 17-18), o tornare alle sorgenti dell’io68

E’ necessario quindi resistere a ogni tentazione di mistificare la vita consacrata, pur di renderla più attraente; è invece doveroso presentarla “lealmente” nella sua verità e “realmente” nella sua concretezza, tenendo conto – presentandola ai giovani - «delle rotture che essa comporta rispetto alle persone e alle cose»69: per non illudere.


65 Il testo riportato tra virgolette è tratto da: Congregazione per l’educazione cattolica (dei Seminari e degli Istituti di Studi), Direttive sulla preparazione degli educatori nei seminari, 4 novembre 1993, n. 57

66 Linee comuni per la vita nei nostri seminari, 25 aprile 1999, n. 19: Vale la pena di ripetere l’inquietante perplessità dello psicologo Vanenti: «Non ho mai capito perché ciò che all’inizio della formazione è considerato irrilevante per l’assunzione dell’impegno, è poi considerato determinante per la dispensa dello stesso»: Cfr. Nota 22

67 Evangelica testificatio, 29 giugno 1971, n. 40: «secondo la fede, non è esso immagine e partecipazione dell’unione d’amore che unisce Cristo e la Chiesa (cfr. GS 48; Ef 5, 25-32)? »: Ivi; cfr. anche Redemptionis donum, 25 marzo 1984, n. 11

68 Nuove vocazioni per una nuova Europa, 8 dicembre 1997, n. 37 a

69 Renovationis causam, 6 gennaio 1969, n. 4 c

 

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