Fratelli di san Francesco

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3.1 Criteri essenziali di discernimento

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CAPITOLO 3

        Questo terzo paragrafo è appunto più “essenziale” e schematico del precedente, nel quale si sono date le «linee guida» esplicitate dal Magistero.
        I criteri che verranno presentati sono indicativi, in quanto le disposizioni della Chiesa sul discernimento e sulla selezione dei candidati sono solo in pochi casi «circostanziate» e   «rigorose» (come per esempio nel caso della omosessualità); tocca quindi agli Istituti religiosi «interpretare» i documenti magisteriali per tradurli in precise norme di riferimento.
        Si deve ammettere che, più o meno esplicitamente, si vorrebbe a volte tornare  a certe rigorose e formali clausole preconciliari per l’accoglienza e l’ammissione dei candidati, perché tali “griglie” di passaggio semplificavano il lavoro: d’altra parte si deve riconoscere onestamente che in quelle casistiche non poteva essere compresa la unicità e irripetibilità di ogni persona e che era sempre latente il pericolo di ingiuste discriminazioni e di analisi superficiali.
        Non si può, all’opposto, cadere nell’arbitrio di un discernimento senza criteri oggettivi almeno “essenziali”, capaci di aiutare gli educatori nella fatica di esaminare e selezionare le vocazioni.
        Il discorso è molto impegnativo, perché chiama in causa la grave responsabilità di ponderare giudizi “determinanti” per il futuro dei candidati, come pure di prendere decisioni sofferte…difficili…delicate. Un errore di quanto commesso in buona fede, può avere conseguenze irrimediabili per il soggetto come per la comunità, anche se sappiamo che «tutto concorre al bene per coloro che amano Dio» (Rom 8,28).
        Il criterio fondamentale e assolutamente ineludibile lo troviamo in un’affermazione categorica di Paolo VI, incastonata in un documento basilare per la formazione dei candidati al sacerdozio ministeriale; possiamo, per analogia, ritenerne valido il contenuto anche per il discernimento delle vocazioni religiose:
                  
Una vita così totalmente e delicatamente impegnata nell’intimo e all’esterno, come quella del sacerdote celibe, esclude soggetti di insufficiente equilibrio psico-fisico e morale, né si deve pretendere che la grazia supplisca in ciò la natura1.
       
        Altro criterio è costituito, come già si è detto, in un disincantato realismo sulla  consistenza effettiva dei giovani di questa generazione. Fino alla metà del XX° secolo i giovani che entravano nella vita religiosa provenivano da famiglie numerose e sostanzialmente unite; avevano ricevuto una prolungata e sistematica istruzione catechistica nella scuola dell’obbligo e in parrocchia; vedevano il sacerdozio ministeriale e la vocazione religiosa come un “dono” apprezzato in tutte le famiglie; la maggioranza dei giovani e delle giovani arrivava all’età adulta conservandosi vergini e, non raramente nella abituale purezza; lo stile sobrio della vita quotidiana era la condizione normale, come pure la rispettosa e sottomessa obbedienza ad ogni autorità. Poi, dal 1968 in avanti, il contesto e i metodi pedagogici sono radicalmente mutati, come pure la gerarchia dei valori e il conseguente senso del peccato; ad una più prolungata istruzione scolastica si è contrapposta una sempre più carente conoscenza dei fondamenti della vita cristiana: come confidava ironicamente il cardinale Dannel in un’intervista, «oggi, molti giovani che entrano in seminario (o in convento: ndr), sono convinti che l’Ascensione sia la Festa che commemora il primo viaggio dell’uomo nello spazio» (!!). Come analizza lucidamente il documento sulle direttive per la formazione dei candidati alla vita religiosa:

Stando così le cose, i capisaldi dottrinali ed etici tendono a relativizzarsi, al punto che non sempre (i giovani) sanno molto bene se esistono dei punti solidi di riferimento per conoscere la verità dell’uomo, del mondo e delle cose. La scarsità dell’insegnamento della filosofia nei programmi scolastici ne è spesso responsabile. Esitano a dire chi sono e ciò che essi sono chiamati a divenire. Se hanno alcune convinzioni sull’esistenza del bene e del male, il senso di questi termini sembra essersi spostato in rapporto a ciò che esso era per le generazioni precedenti. Spesso vi è una sproporzione tra il livello delle loro conoscenze profane, a volte molto specializzate, e quello della loro crescita psicologica e della loro vita quotidiana. Non tutti hanno fatto una felice esperienza nella famiglia, data la crisi che attraversa l’istituto familiare, sia dove la cultura non è stata profondamente impregnata di cristianesimo, sia in cultura di tipo post-cristiano dove si impone l’urgenza di una nuova evangelizzazione, sia anche nelle culture evangelizzate da molto tempo. Essi imparano attraverso ‘immagine, e la pedagogia scolastica in vigore a volte favorisce tale mezzo, ma leggono meno. Accade che la loro cultura si caratterizzi per una quasi assenza di dimensione storica, come se il nostro mondo cominciasse oggi. La società dei consumi, con le delusioni che essa genera, non li risparmia. Arrivando, a volte con fatica, a trovare il loro posto nel mondo, alcuni si lasciano sedurre dalla violenza, dalla droga e dall’erotismo. E’ sempre meno raro trovare, tra i candidati alla vita religiosa, giovani che non abbiano fatto esperienze infelici in questo campo2.

Si tratta di un ritratto realistico e inquietante, anche se privo di pessimismo; è un invito a considerare – tenendo gli occhi bene aperti – i problemi “complessi” e le ferite “profonde” che “sempre meno raramente” i giovani portano con sé in convento: situazioni per cui non esistono facili ricette. Per avere la garanzia di “non illudersi” e di “non illudere” (cfr. nota n. 66), è necessario che i formatori siano ben formati e preparati:

Di fronte a compiti tanto delicati appare veramente importante la formazione di formatori idonei, che assicurino nel loro servizio una grande sintonia con tutta la Chiesa. Sarà opportuno creare adeguate strutture per la formazione dei formatori, possibilmente in luoghi dove sia consentito il contatto con la cultura in cui sarà poi esercitato il proprio servizio pastorale. In questa opera formativa, gli Istituti già meglio radicati diano un aiuto agli Istituti di più recente fondazione, grazie al contributo di alcuni dei loro membri migliori3.

Così, oltre a “cuore”, “buon senso” ed “esperienza”, si dovrà aggiungere una maggiore preparazione nel campo filosofico, teologico, psicopedagogico4.

3.1 Impedimenti e difficoltà

     E’ stato precedentemente sottolineato quanto sia pericoloso sottovalutare alcuni sintomi problematici, come pure dissimulare  ingenuamente certe evidenti contraddizioni, magari basandosi sulla propria presunta esperienza (le situazioni e i parametri cambiano!) o confidando irrealisticamente su “sorprese” della grazia.
        E’ ovvio che l’ingresso nella vita consacrata non sia un “concorso” aziendale in cui i candidati si selezionano in base a criteri attitudinali qualitativi e meritocratici: ciò sarebbe in evidente contrasto con la libera iniziativa vocazionale di Dio, che non sceglie in base a valutazioni umane (Cfr. 1 Sam 16, 7; 1 Cor 1, 26-29); però è un errore trascurare la concretezza del dato umano illudendosi che la sola buona volontà del candidato e l’impegno educativo dei formatori siano sufficienti a garantire la maturazione vocazionale.
        Le sempre più numerose cause di nullità matrimoniale si appellano a casi di incapacità fisica, psichica e sessuale ad assumere la responsabilità della vita coniugale, come pure a situazioni di immaturità, di condizionamenti ambientali e di inconsistenza delle motivazioni. Se certe situazioni inabilitanti sono così frequenti nei giovani che aspirano al matrimonio, come possiamo candidamente sognare che “non esistano” o che siano “meno compromettenti” nei candidati alla vita più esigente dei consigli evangelici?
        Occorre inoltre sgombrare il discernimento da ingiustificati scrupoli di “discriminazione”, di “emarginazione”, di…”eugenetica vocazionale”: Gesù stesso non ha esitato a scartare o a diffidare alcuni che gli chiedevano esplicitamente di entrare nella comunità degli Apostoli (cfr. M 5, 18-19; Lc 9, 57-62). L’idoneità non è un merito o una virtù soggettiva, ma una condizione oggettiva che “deve” essere accettata lealmente, senza lasciarsi abbagliare dall’accattivante apparenza di un individuo «buono, intelligente e pio ».

3.1.a Dimensione fisica I criteri sulla “salute sufficiente” sono variati nel tempo; malattie che una volta escludevano dai conventi e dai seminari, oggi non costituiscono più un problema sostanziale (chi è stato ammalato di tubercolosi, di cancro, di alcune forme di epatite). Attualmente sono controindicate: la sieropositività HIV e le malattie autoimmuni già diagnosticate, anche se non ancora sintomatiche (sclerosi multipla, distrofia muscolare, artrite reumatoide); le dipendenze da droghe e da alcool (chi ne è guarito dovrebbe sottoporsi ad esami approfonditi per verificare se vi siano danni permanenti, soprattutto a livello neurologico); i gravi disordini alimentari (anoressia, bulimia); l’ipocondria (come i disturbi alimentari ha le radici nella dimensione psichica).
     Un capitolo nuovo si apre sulla condizione della disabilità, un tempo ritenuta come il più evidente impedimento; oggi è sempre più frequente l’ammissione di candidati non vedenti, non udenti, paraplegici5.
Grazie al progresso delle terapie possono condurre un regime di vita accettabile anche talassemici, diabetici, dializzati e trapiantati: in ogni caso andrebbe valutato singolarmente tenendo conto – nel discernimento e nella decisione – del consiglio di autorevoli e competenti specialisti.
Particolarmente delicato è il discernimento dei casi di malformazioni congenite o traumatiche.


1 La frase è riportata in senso paradigmatico e normativo, nel documento Linee comuni per la vita dei nostri seminari, 25 aprile 1999, n. 9; è tratta dall’enciclica Sacerdotalis caelibatus, 1967, n. 64: non riguarda solo un avviso per il futuro, ma anche un allarme per il presente.

2 Potissimum Institutioni, 2 febbraio 1990, n. 88

3 Vita consacrata, 25 marzo 1996, n. 66; le forme, al di là di strutture “vere e proprie”, possono essere scelte in proporzione alle reali necessità.

4 Ripartire da Cristo, 19 maggio 2002, n. 18, 5° capoverso: «L’impiego di personale qualificato e la sua adeguata preparazione è un impegno prioritario».

5 E’ interessante, a questo scopo, l’articolo di Roberto BRIOLOTTI Handicap e vocazione, su «Vita consacrata» 42, 2006/4, pp. 377-392

 

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