Fratelli di san Francesco

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Introduzione

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FRA MARCO DA CREMONA 

DIMENSIONE UMANA DELLA FORMAZIONE

CRITERI DI DISCERNIMENTO E DI ACCOMPAGNAMENTO VOCAZIONALE SECONDO IL MAGISTERO

    

MONTEVEGLIO 2008


Le nuove vocazioni che bussano alle porte della vita consacrata presentano profonde diversità e necessitano di attenzioni personali e metodologie adatte ad assumere la loro concreta situazione umana, spirituale e culturale. Per questo è necessario mettere in atto un discernimento sereno, libero dalle tentazioni del numero o dell’efficienza, per verificare, alla luce della fede e delle possibili controindicazioni, la veridicità della vocazione e la rettitudine delle intenzioni. I giovani hanno bisogno di essere stimolati agli ideali alti della sequela radicale di Cristo e alle esigenze profonde della santità, in vista di una vocazione, che li supera e forse va al di là del progetto iniziale che li ha spinti ad entrare in un determinato Istituto. La formazione, perciò, dovrà avere le caratteristiche dell’ iniziazione alla sequela radicale di Cristo.  Dal momento che il fine della vita consacrata consiste nella configurazione al Signore Gesù, é necessario mettere in atto un itinerario di progressiva assimilazione dei sentimenti di Cristo verso il Padre.    

Si auspica che vengano destinate alla formazione le migliori Forze, anche se questo comporta notevoli sacrifici. L’impegno di personale qualificato e la sua adeguata preparazione é un impegno prioritario.    

Dobbiamo essere altamente generosi per dedicare il tempo e le migliori energie alla Formazione. Le persone dei consacrati, infatti, sono fra i beni più preziosi della Chiesa. Senza di esse tutti i piani formativi e apostolici restano teoria, desideri inefficaci. Senza dimenticare che in un’epoca frettolosa come la nostra occorre più che mai tempo, perseveranza e paziente attesa per raggiungere gli scopi formativi. In circostanze nelle quali prevale la rapidità e la superficialità, abbiamo bisogno di serenità e profondità perché in realtà la persona si costruisce molto lentamente.     Ripartire da Cristo 18 
 

INTRODUZIONE     

Fino ai primi anni ’60 (del secolo XX) praticamente quasi tutti, in Italia, erano battezzati nella Chiesa Cattolica; le famiglie in genere avevano una chiara impronta cristiana, con un discreto numero di figli, dei quali curavano la formazione religiosa anche trasmettendo il patrimonio di fede e devozione ricevuto dalle precedenti generazioni. Era normale che i giovani avessero, nella loro famiglia, uno zio prete o religioso o missionario, una zia o cugina suora. Il luogo principale di aggregazione giovanile (a volte l’unico) era l’oratorio parrocchiale, in cui la dimensione sportiva e l’opportunità di svago si integravano con la formazione catechistica, con l’esperienza liturgica (quasi tutti i ragazzi facevano i chierichetti) e la direzione spirituale. In ogni scuola era obbligatorio l’insegnamento della religione cattolica e l’anno scolastico iniziava e si concludeva con la celebrazione della santa Messa. Il ragazzo o il giovane che si affacciavano al mondo del lavoro erano spesso accompagnati da una lettera di presentazione del parroco, ancora molto autorevole nell’ambiente sociale. Infine la vocazione sacerdotale o religiosa erano considerate positivamente e con rispetto, come pure accolte con gioia nelle famiglie.     …E venne il ’68! Anno cruciale e fatidico, esploso a neanche tre anni dalla conclusione del Concilio Vaticano II che – salvaguardando tutti i valori della tradizione nel riproporli in modo nuovo alla modernità – aveva già presentito una imminente grave crisi globale dell’umanità (parte seconda della Gaudium et spes : nn. 46-90).     Il ’68 fu davvero uno spartiacque culturale-politico-religioso non solo tra due generazioni, ma tra due epoche, inaugurando la cosiddetta era postmoderna; non fu un evento improvviso, in quanto il rapido sviluppo tecnologico e mediatico (c’erano le prime autostrade, il boom economico e la diffusione capillare della televisione) stavano provocando già da tempo delle notevoli scosse alle strutture istituzionali dell’Occidente (“hippy’s revolution” negli USA, rivoluzioni sociali nell’America centrale e meridionale, rivolta studentesca a Parigi, fenomeno “pop” nell’arte figurativa e “rock” nella musica, moda “beat” negli stili di vita della nuova generazione) e dell’Oriente (repressione della “Primavera di Praga” in Europa e “rivoluzione culturale” in Cina). Il ’68 fu l’esplosione apicale di una crisi epocale già in atto dall’immediato dopoguerra, ma fu anche il primo colpo di un “effetto domino” che si estese con rapidità ed intensità impreviste e quindi incontrollate…Schiere di giovani abbandonarono gli oratori per aggregarsi in movimenti politici o costituire “centri sociali” (“Leoncavallo”…ecc.), oppure per buttarsi nel volontariato umanitario (alluvione di Firenze, terremoto nel Bélice, raccolta di ferro-carta-stracci, fondazione di gruppi laicali missionari come “Mani tese”, “Operazione Mato Grosso”, ecc.). Ci furono derive spiritualiste (viaggi in India, meditazione trascendentale di Ramachandra, adesione a sette emergenti come “Hare Krishna” e “Arancioni”), ma anche sensibilità ecumenica (raduni di Taizé). Sorsero nuovi poli aggregativi fuori dall’ambiente parrocchiale (centri polisportivi comunali o privati, impianti sciistici per il divertimento di massa domenicale, nuovi stadi di calcio) e iniziarono a spuntare le discoteche; in concomitanza con questi eventi iniziò a dilagare il fenomeno “droga” aggravato – poco più di un decennio dopo – dal flagello AIDS.     Nel corso del successivo quarantennio, fino praticamente ai giorni nostri (2007) si consolidò sempre più quella che appare come la mentalità tipica del nuovo millennio: il “relativismo”, definito anche come “modernità liquida”; tramontate le utopistiche illusioni delle ideologie, oggi si vive in una cultura senza fondamenti perenni, senza tradizioni, senza continuità. L’ossessione del “nuovo” investe tutti gli stili di vita, in un incessante movimento di trasformazione esteriore, ma senza sviluppo organico interiore. La “esperienza” sta sostituendo  la “educazione” in un caotico susseguirsi di episodi scollegati tra loro: vale il momento presente, in cui ci si regola secondo il “sentire psicologico” corrispondente. Il panorama di esperienze possibili offre una amplissima libertà di scelta, che però si ritorce in una insicurezza esistenziale senza precedenti (cfr Baumann). Il “pensiero debole”, che viene strategicamente propagandato dai mass-media attraverso talk e reality show, condiziona fortemente i valori morali acquisiti dai giovani, convincendoli a legittimare giudizi etici individualisti: ciò li conduce al disorientamento esistenziale, togliendo loro la chiarezza sul senso ultimo della vita. Giovanni Paolo II, il Papa ideatore delle “Giornate mondiali della Gioventù”, a Manila affrontò con lucida precisione l’analisi della cultura contemporanea:  La vita è un dono che dura un certo periodo di tempo, in cui ciascuno di noi affronta una sfida che la vita stessa porta con sé: la sfida di avere uno scopo, un destino, e di lottare per esso. L’opposto è trascorrere la vita in modo superficiale, <perdere> la nostra vita nella futilità; non scoprire mai in noi stessi la capacità del bene e della reale solidarietà, e quindi non scoprire mai la via della vera felicità. Troppi giovani non capiscono che sono proprio loro ad avere la maggiore responsabilità di dare un significato degno alla loro vita. Il mistero della libertà umana è al centro della grande avventura di vivere bene la vita.     E’ vero che i giovani oggi sperimentano delle difficoltà che le generazioni precedenti hanno provato solo parzialmente e in modo limitato. La debolezza di tanta parte della vita familiare, la mancanza di comunicazione tra genitori e figli, l’isolamento e l’influenza alienante di una gran parte dei mezzi di comunicazione sociale, tutto ciò può generare nei giovani confusione circa le verità e i valori che conferiscono un autentico significato alla vita.     Falsi maestri, molti dei quali appartenenti ad un’elite intellettuale nel mondo della scienza, della cultura e dei mezzi di comunicazione sociale, presentano un anti-Vangelo. Dichiarano che ogni ideale è morto, contribuendo in tal modo alla profonda crisi morale che colpisce la società, una crisi che ha aperto la via alla tolleranza e perfino alla esaltazione di forme di comportamento che la coscienza morale e il senso comune una volta aborrivano. Quando chiedete loro: cosa devo fare?, la loro unica certezza è che non esiste una verità definita, un cammino sicuro. Vogliono che voi siate come loro: dubbiosi e cinici. Consapevolmente o meno, essi difendono un approccio alla vita che ha portato milioni di giovani a una triste solitudine, in cui sono privi di motivi per sperare e incapaci di vero amore.[1]      Questa osservazione di Papa Giovanni Paolo II ci fortifica e aiuta nella tentazione di scoraggiamento per il nostro sforzo di remare controcorrente.



[1] Manila, 14 gennaio 1995: Messaggio ai giovani della X Giornata mondiale della gioventù.
 

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