Fratelli di san Francesco

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1.3 Dimensione umana dell’approccio vocazionale

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Dovendo trattare specificamente la dimensione umana, non si prende in considerazione diretta l’aspetto teologico e spirituale che, ovviamente, nella prassi deve avere il primato.14 

  1. Fiducia Affinché i formatori possano operare efficacemente nella pastorale vocazionale, devono dimostrare una grande e costante fiducia nelle potenzialità di crescita spirituale dei giovani, pur senza ingenue aspettative che ne eludano i limiti soggettivi. Di questa incrollabile speranza nei talenti giovanili é stato testimone indiscutibile  papa Giovanni Paolo II che, nella lettera apostolica sul nuovo millennio, così annotava:

C’è talvolta,  quando si guarda ai giovani, con i problemi e le fragilità che li segnano nella società contemporanea, una tendenza al pessimismo. Il Giubileo dei Giovani ci ha come «spiazzati», consegnandoci invece il messaggio di una gioventù che esprime un anelito profondo, nonostante possibili ambiguità, verso quei valori autentici che hanno in Cristo la loro pienezza. Non è forse Cristo il segreto della vera libertà e della gioia profonda del cuore? Non è Cristo l’amico supremo e insieme l’educatore di ogni autentica amicizia? Se ai giovani Cristo è presentato col suo vero volto, essi lo sentono come una risposta convincente e sono capaci di accoglierne il messaggio, anche se esigente e segnato dalla Croce. Per questo, vibrando al loro entusiasmo, non ho esitato a chiedere loro una scelta radicale di Fede e di vita, additando un compito stupendo: quello di farsi «sentinelle del mattino» (Cfr. Is 21, 11-12) in questa aurora del nuovo millennio15.

Alle parole del Papa hanno fatto eco, l’anno successivo, le osservazioni di un noto esperto della realtà pastorale giovanile in Italia:

I giovani hanno una grande tensione verso l’autenticità: essi riescono a vibrare dove trovano autenticità e bellezza; quando scoprono la tenerezza dell’accoglienza, la disponibilità dell’ascolto, le potenzialità positive dell’uomo, rispondono con entusiasmo perché si sentono capiti e lanciati verso una proposta della quale sono protagonisti e non solo ricettori passivi16.

Troviamo una conferma ulteriore nell’articolo che l’assistente nazionale dei giovani di Azione Cattolica ha scritto all’inizio del 2006:

            C’è una frase di Giovanni Paolo II che mi ha sempre colpito, detta in occasione della Veglia a Tor Vergata nel 2000 davanti ai due milioni di giovani che erano venuti a vivere la XV Giornata Mondiale della Gioventù: «Voi, cari amici, sarete all’altezza delle sfide del nuovo millennio».

I giovani, nonostante molti fra gli adulti e anche tra gli educatori li vedano ancora come un problema e una preoccupazione, possono essere all’altezza delle sfide del nuovo millennio, ma per essere convinti di ciò, a noi adulti è chiesto innanzitutto di guardarli con uno sguardo di fiducia, di stima, di benevolenza, perché senza questo sguardo non è possibile da parte di nessun educatore vedere in loro le risorse specifiche e insostituibili della loro età, la loro capacità di sperare e di essere quindi segni di speranza all’interno della società civile come in quella ecclesiale. Individuare questi segni, ci permette di non cadere in letture nostalgiche o apocalittiche del mondo giovanile e ci consente di decidere quali prassi educative, approcci, proposte e quali itinerari condividere affinché ognuno di loro possa vivere in pienezza la propria vita e realizzare la propria vocazione.
E’ vero che nel mondo giovanile sono presenti anche alcune ambivalenze che sono i riflessi della società più ampia di cui pure i giovani fanno parte e di cui diventano i principali rappresentanti e nello stesso tempo le prime vittime. Ma pure in questo ogni educatore è chiamato a riconoscere queste ambivalenze, e soprattutto a saper distinguere i segni positivi, che hanno bisogno di una purificazione per essere letti come segni di speranza e risorse da sviluppare. E’ questa una sfida impegnativa e quotidiana che spetta ad ogni educatore se vuol essere definito tale17.  

  1.  Esempio. Irrinunciabile, nell’approccio alle vocazioni è la coerenza del proprio vissuto: l’educazione si sviluppa sostanzialmente come imitazione -elaborata personalmente in modo originale – del modello di riferimento; questo processo è tanto più favorito quanto più l’esempio è chiaro, concreto e sincero. Papa Giovanni Paolo II, in una delle sue catechesi sulla vita consacrata, insegnava:

 

Una forma fondamentale di collaborazione è la testimonianza degli stessi consacrati, che esercita una efficace e salutare attrattiva. L’esperienza dimostra che frequentemente è l’esempio di un religioso o di una religiosa ad agire in modo decisivo sull’orientamento di una giovane personalità, che ha potuto scoprire nella loro fedeltà, coerenza e gioia la concretezza di un ideale di vita. In particolare, le comunità religiose non possono attirare i giovani se non con una testimonianza collettiva di autentica consacrazione, vissuta nella gioia della personale donazione a Cristo ed ai Fratelli18.

Ne dà conferma anche papa Benedetto XVI con il suo caratteristico stile sintetico e lapidario:

Auspico che le fondamentali indicazioni offerte dai Padri conciliari per il cammino della vita consacrata continuino ad essere anche oggi fonte di ispirazione per quanti impegnano la loro esistenza al servizio del Regno di Dio. Mi riferisco innanzitutto a quella che il Decreto Perfectae caritatis qualifica come «vitae religiosae ultima norma», «norma suprema della vita religiosa», e cioè la «sequela di Cristo». Un’autentica ripresa della vita religiosa no si può avere se non cercando di condurre una esistenza pienamente evangelica, senza nulla anteporre all’unico Amore, ma trovando in Cristo e nella sua parola l’essenza più profonda di ogni carisma del Fondatore o della Fondatrice.
Un’altra indicazione di fondo che il Concilio ha dato è quella del generoso e creativo dono di sé ai fratelli, senza mai cedere alla tentazione del ripiegamento su se stessi, senza mai adagiarsi sul già fatto, senza mai indulgere al pessimismo e alla stanchezza19.

Tornando brevemente all’invito di papa Giovanni Paolo II ad «una testimonianza collettiva  di autentica consacrazione», è utile sottolineare che, per quanto possano essere nominati i cosiddetti “animatori vocazionali” o “responsabili della pastorale giovanile”, tutta la comunità deve sentirsi impegnata in una coerente e credibile testimonianza di santità e di gioiosa corrispondenza alla propria vocazione20.

  1.  Amore Non è facile parlare di amore nel contesto culturale contemporaneo, che tende a banalizzare e a sbriciolare anche i valori più consistenti. Parlare di amore può sembrare anacronistico in una cultura in cui tende a dominare l’individualismo e in un clima nel quale i giovani – come è emerso dall’indagine della UPS – si sentono poco amati dalla loro stessa famiglia; questa situazione interpella urgentemente la vita religiosa. Il brano evangelico dell’incontro tra Gesù e il giovane ricco riporta, nella redazione di Marco, un versetto emblematico: «Gesù, fissatolo, lo amò» (Mc 10, 21). A questo episodio papa Giovanni Paolo II dedicò uno splendido commento nella lettera «Parati semper» scritta il 31 marzo 1985 in occasione dell’Anno Internazionale della gioventù, pubblicando anche, nella stessa data, un messaggio per il Giovedì Santo a tutti i sacerdoti, il primo di una lunga serie susseguitasi di anno in anno da allora in poi; in questa profonda meditazione il papa esortava tutti i sacerdoti ad esprimere un grande amore pastorale verso i giovani:

 

L’amore rende capaci di proporre il bene.  Gesù «fissò con amore» il suo giovane interlocutore nel Vangelo e gli disse: «Seguimi». Questo bene, che possiamo proporre ai giovani,  si esprime sempre in questa esortazione: “Segui il Cristo”! Noi non abbiamo un altro bene da proporre; nessuno ha un bene maggiore da proporre. “Segui il Cristo” vuol dire, innanzitutto, cerca di ritrovare te stesso nel modo più profondo ed autentico possibile. Cerca di ritrovare te stesso come uomo. Infatti il Cristo è proprio colui che – come insegna il Concilio - «svelapienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione». (GS 22)
        E dunque: segui il Cristo! Il che significa “cerca di ritrovare quella vocazione, che Cristo mostra all’uomo: quella vocazione nella quale si realizzano l’uomo e la dignità a lui propria. Solo alla luce di Cristo e del suo Vangelo possiamo comprendere pienamente che cosa voglia dire che l’uomo è stato creato ad immagine e somiglianza di Dio stesso. Solamente seguendo Lui, possiamo riempire questa immagine eterna con un contenuto di vita concreta.  Questo contenuto è multiforme; molte sono le vocazioni e i compiti della vita, nei confronti dei quali i giovani devono precisare la loro propria strada. Tuttavia, su ciascuna di queste vie si tratta di realizzare una vocazione fondamentale: essere uomo! Esserlo da cristiano! Essere uomo «nella misura del dono di Cristo». (Ef 4,7)
        Se nei nostri cuori sacerdotali si trova l’amore per i giovani, sapremo aiutarli  nella ricerca della risposta a ciò che è la vocazione di vita di ciascuno e di ciascuna di loro.
                        Sapremo aiutarli, lasciando loro pienamente la libertà di ricerca e di scelta,  mostrando al tempo stesso il valore essenziale – nel senso umano e cristiano – di ognuna di queste scelte
                        Sapremo anche essere con loro, con ciascuna e ciascuno, in mezzo alle prove e alle sofferenze, dalle quali la giovinezza non è certo esente. Si, a volte ne è gravata oltre misura. Sono esse sofferenze e prove di diverso genere, sono delusioni e disinganni, sono vere crisi – la giovinezza è particolarmente sensibile e non sempre preparata ai colpi, che la vita infligge. Oggi la minaccia all’umana esistenza a livello di intere società, anzi dell’intera umanità, causa giustamente inquietudine in molti giovani.  
Bisogna aiutarli in queste inquietudini a scoprire la propria vocazione. Bisogna, al tempo stesso, sostenerli e confermarli nel desiderio di trasformare il mondo, di renderlo più umano e più fraterno21. Non si tratta qui solo di parole; si tratta di tutta la realtà della «via», che il Cristo indica per un mondo fatto proprio così. Un tal mondo si chiama nel Vangelo il regno di Dio. Il regno di Dio è, nello stesso tempo, il vero «regno dell’uomo»: è il mondo nuovo, in cui si realizza l’autentica «regalità dell’uomo».
L’amore è capace di proporre il bene. Quando Cristo dice al giovane: «Seguimi», in quel concreto caso evangelico è una chiamata a «lasciare tutto» e a prendere la strada dei suoi apostoli. Il colloquio di Cristo col giovane é il prototipo di tanti diversi colloqui, nei quali si schiude davanti ad un’anima giovane la prospettiva della vocazione sacerdotale o religiosa.
Dobbiamo, cari fratelli sacerdoti e pastori, saper identificare bene queste vocazioni. «La messe – veramente – è molta ma gli operai sono pochi!». Qua e là sono pochissimi! Chiediamo noi stessi al «padrone della messe che mandi operai nella sua messe». (Mt 9,37s.) Preghiamo noi stessi,  chiediamo agli altri di pregare per questo. E, prima di tutto, cerchiamo con la nostra propria vita di creare un concreto punto di riferimento per le vocazioni sacerdotali e religiose: un modello concreto. I giovani hanno un bisogno indispensabile di un tale modello concreto, per scoprire in se stessi la possibilità di seguire una simile strada. In questo campo il nostro sacerdozio può fruttificare in modo singolare. Adoperatevi per questo, e pregate perché il dono, che avete ricevuto, diventi fonte di una simile elargizione per gli altri: proprio per i giovani!22.

Per approfondire ed assimilare l’insegnamento di papa Giovanni Paolo II sulla realtà giovanile è utile leggere tutti i messaggi per la GMG, come pure i discorsi nelle Veglie e le omelie delle s. Messe tenuti in tali giornate.

  1. Correttezza Una evidente attenzione dimostrata da Papa Giovanni Paolo II è per il modo di porsi del pastore nei confronti di giovani in cui si manifestano segni evidenti di vocazione; richiamo una frase già riportata nel testo qui trascritto:

Sapremo aiutarli, lasciando loro pienamente la libertà di ricerca e di scelta mostrando al tempo stesso il valore essenziale – nel senso umano e cristiano, - di ognuna di queste scelte.
 
        Questo invito al rispetto della libertà viene ripetuto e precisato nove anni dopo nel Messaggio per la Giornata Mondiale di preghiera per le vocazioni del 7 maggio 1995:

E’ compito degli educatori, nell’adempimento dei rispettivi ruoli, accompagnare la maturazione delle diverse vocazioni, avendo particolare riguardo per quelle al sacerdozio e alla vita consacrata. Anche se la loro azione non produce direttamente la risposta, può però facilitarla, talora persino renderla possibile. Il frutto è sempre una realtà nuova, originale, fondamentalmente gratuita: un frutto esposto, nel suo concretizzarsi, a tutte le incertezze di ogni coltivazione. A questo riguardo, occorre allontanare la tentazione di una frettolosa impazienza e di una ansiosa preoccupazione circa la sorte e i ritmi di crescita del seme.
L’educatore è chiamato di volta in volta ad essere solerte nel seminare  abbondantemente  e    saggiamente e   poi nel   compiere il
proprio dovere senza forzare i ritmi dello sviluppo23.

Bisogna ricordare l’atteggiamento di Gesù nei confronti del ”giovane ricco” (Mc 10, 17-22): Prima di tutto lascia che le domande emergano dal chiamato stesso; poi, al nodo specifico della questione vocazionale, il Signore risponde molto rispettosamente nei confronti della libertà di quell’uomo: «Se vuoi…»; alla fine, quando il giovane si allontana, non dice nulla per fermarlo, non lo minaccia di infelicità fallimentare (il giovane è già consapevole della triste via di rimpianti che sta imboccando) e non lo colpevolizza con accuse di mediocrità e di egoismo; nemmeno gli rinfaccia “quello che si perde” lasciandosi sfuggire il tesoro del cielo. Anche in questo Gesù si dimostra davvero «Maestro buono» anche per i formatori.


14 Cfr. Giovanni Paolo II, La promozione delle vocazioni alla vita consacrata, Catechesi            all’Udienza generale, nn. 1-3

15 Novo millennio ineunte, 6 gennaio 2001, n. 9

16 Eugenio PICUCCI, Relazione al Convegno CISM 2002, Collevalenza; pubblicata in: AAVV, Protesi verso il Futuro, Ed. Il Calamo, Roma 2003, p. 186

17 Giorgio BEZZE, Giovani senza speranza?, «Vocazioni» Anno XXVI (2006) n. 1 (gennaio-febbraio), p. 7

18 Giovanni Paolo II, La promozione delle vocazioni alla vita consacrata, Catechesi all’Udienza generale, 19 ottobre 1994, n. 5

19 BENEDETTO XVI, Discorso alla Plenaria della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, 27 settembre 2005

20 La vita fraterna in comunità, 2 febbraio 1994, nn. 25 e soprattutto 54

21 Bisogna guardarsi attentamente dal pessimismo cinico di chi, con atteggiamento rassegnato e disfattista, commisera questi slanci giovanili e li giudica con disprezzo come velleità illusorie destinate al naufragio; è il pericolo di proiettare sui giovani le proprie frustrazioni, le proprie delusioni e i propri fallimenti: ciò demolisce la formazione e avvelena la vocazione!

22 GIOVANNI PAOLO II, Ritibus in sacris, 31 marzo 1985, n. 7 

23 Messaggio pubblicato il 18 ottobre 1994. Il testo non indaga sulla natura delle preoccupazioni che possono agitare l’educazione; evidentemente non si può escludere l’ansia per la carenza di vocazioni; nell’Esortazione Vita consecrata del 25 marzo 1996, il papa annotava:«la scarsità [delle vocazioni] non deve indurre né allo scoraggiamento, né alla tentazione di facili e improvvidi reclutamenti». (n. 64)

 

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