Fratelli di san Francesco

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11. Piccola documentazione sull'aborto volontario

“Hai visto il fratello: hai visto il Signore”

(Sant’Agostino)

“Se la mia anima non è abitazione di Dio fin dal grembo di mia madre, che cos’è mai? E che importanza ha?
Se io non prego Dio, come potrò andare al fondo di me stessa e conoscermi, visto che Lui è là?”
(Santa Teresa Benedetta della Croce)

“Che tu ragazzo ami una ragazza, che tu ragazza ami un ragazzo, è tutto molto bello. Ma non impoverite questo amore, non distruggetelo. Conservatelo puro.
Conservate vergine il vostro cuore. Conservate vergine il vostro amore, in maniera che nel giorno delle nozze possiate donarvi reciprocamente qualcosa di realmente bello.
E se si fa uno sbaglio, non uccidete il bambino; aiutatevi a vicenda ad accettare il bambino non nato. Non distruggetelo, perchè uno sbaglio non venga seguito da un altro sbaglio ancora peggiore. Distruggere un bambino non nato è male. Forse lo sbaglio è stato causato dalla passione, ma quella vita è vita di Dio e voi, voi due assieme, dovete proteggerla, dovete amarla e prendervene cura. Perchè quel bambino è creato a immagine di Dio, è un dono di Dio”
(Madre Teresa di Calcutta)

 

        Ci è sembrato utile integrare questo testo con una riflessione sull’aborto volontario, una realtà legata all’uso inconsapevole della sessualità che vede la Chiesa combattere solitaria contro l’omertà legalizzata dalla società. In Italia, a 25 anni dall’approvazione della legge 194 sono stati praticati 4.069.116 aborti (fonte: Istat e Istituto Superiore di Sanità, 2003).
        L’aborto è un omicidio e la Chiesa ricorda quanto la scienza conferma: la vita umana è sacra e inviolabile in ogni momento della sua esistenza, anche in quella iniziale che precede la nascita. Tertulliano affermava: “E’ già un uomo colui che lo sarà” (Evangelium vitae, 61). Per poterlo fare senza preoccupazioni, l’aborto è stato teorizzato come una normale evenienza nella vita sessuale di una donna e il concepito è stato degradato a oggetto disponibile. Tanto che ora si può anche fabbricare l’uomo (fecondazione artificiale) per scopi impropri di ricerca (clonazione terapeutica o riproduttiva). I risultati della 194 però non si fermano qui, ma hanno incrementato l’affinamento delle tecniche abortive e la loro legalizzazione, come nel caso della cosiddetta “contraccezione di emergenza”, ovvero aborto chimico. Tra i giovani di oggi passa il messaggio che il feto sia un pezzo di carne, non un uomo con relativi diritti, il primo dei quali quello sacrosanto di poter vivere la propria vita in pace.
        È doveroso informare le coscienze di tante ragazze vittime innocenti di questa ignoranza legalizzata che, sommata alla drammaticità della solitudine, condanna la donna alla paura e la porta a questo gesto. Nel 2003 una donna telefonava a S.O.S. Vita dopo aver visionato il suo spot in tv, rammaricandosi così di non aver saputo dell’esistenza di un aiuto prima di abortire: “Se venite a conoscenza di qualche donna che vuole abortire, raccontatele la mia esperienza: il dolore che viene dopo è molto più grande di quello che si prova prima”. Solo la fede può aiutare la donna a superare questa tragedia, con la confidenza nell’amore di Colui che tutto sa e tutto può, il Padre che ci ama infinitamente e perdona ogni figlio che riconosce il suo errore.

 

11. 1  – L’irripetibilità dell’essere umano
     
Chiediamoci onestamente:
  •    L’embrione o il feto sono solo “pezzi di carne” o “bambini non ancora nati”?
  •    Siamo convinti che, tra le minacce attuali alla vita, c’è anche quella alla vita nascente?
  •    Chi altri può difendere meglio la vita del nascituro se non la madre che lo porta in grembo?
  •    L’aborto procurato è una semplice “interruzione di gravidanza” o un omicidio?
        Per rispondere senza indugiare sulle riflessioni di carattere religioso, ci soffermiamo su alcuni dati di carattere scientifico, medico, genetico, circa l’identità dell’embrione umano. La genetica ha studiato l’uomo dal suo concepimento e ha notato che la sua identità fondamentale coincide con quella realtà biologica chiamata embrione. L’embrione sin dal primo istante (quando cioè è ancora allo stadio di una sola cellula) presenta una sua precisa individualità. Oggi noi siamo molto attenti alla nostra “individualità corporea”, cioè alla nostra identità. Diciamo “io ho un corpo”, intendendo “io sono il mio corpo”. Nella nostra cultura si presta molta attenzione al fatto che essenzialmente siamo un corpo, lo curiamo esteticamente con lo sport, i cosmetici, la moda. Il fatto che l’embrione abbia una sua individualità somatica ha anche un valore teologico: Dio ha talmente amato la nostra corporeità, da scegliere di incarnarsi, di farsi corpo come noi, perché noi potessimo conoscere Lui. 

Unico e irripetibile
        L’embrione umano sin dal primo istante si presenta assolutamente unico e irripetibile. Non esiste sulla faccia della terra la possibilità che nasca un embrione identico a quello, non è mai esistito in passato uno identico a lui e non esisterà mai nel futuro uno che possa essere come lui. Insomma, ogni singolo embrione non ha alcuna possibilità statistica di essere riprodotto. Ciò costituisce quella che chiamiamo la dignità dell’uomo: ogni uomo è unico, ogni uomo può dare al mondo ciò che nessun altro potrà mai dare, ogni uomo è degno dell’amore degli altri. E questa unicità ha anche un valore teologico: come Dio nella sua identità più profonda è assolutamente unico, così ha talmente amato l’uomo da inscrivere nella nostra carne – nella nostra struttura genetica – la Sua immagine. L’uomo quindi nella carne fisica è immagine di Dio.
        Nell’embrione umano sin dal primo istante è già presente tutta la sua storia biologica “in codice”. Se dal 14°-16° giorno si formerà il primo abbozzo di cellule del cervello, se dopo cinque mesi avrà già tutti gli organi strutturati, se dopo nove mesi nascerà, se dopo un anno circa camminerà, se a una certa età spunteranno i capelli bianchi, ciò è già inscritto in lui. Tutto ciò che si formerà successivamente è già presente sin dal primo istante. Non è quindi accettabile l’ipotesi che l’embrione sia un essere umano “in potenza”, che sia cioè una semplice teoria, un’ipotesi, un sogno inesistente. L’embrione è già tutto l’uomo, mentre “in potenza”( = da far crescere ) è soltanto il suo sviluppo. Non ci troviamo di fronte a un essere umano “in potenza” (che sarà persona), ma in atto (che è già persona), ossia che ha già in sé tutte le informazioni del successivo sviluppo. Se alcune convenzioni internazionali affermano che l’embrione è “uomo” solo dal 14°-16° giorno dal concepimento, non è sulla base di motivi scientificamente fondati, ma per cause ideologicamente legate a interessi e convenienze. Infatti, se la vita umana è tale sin dal concepimento, non sono più possibili né la fecondazione artificiale (che uccide decine di embrioni alla volta per arrivare a impiantarne uno solo nell’utero materno), né la sperimentazione sulla vita nascente. Evidentemente questa deduzione avrebbe gravi ripercussioni economiche sul mercato della fecondazione assistita e frenerebbe il profitto. Infine, pensare che l’embrione è vita umana solo dopo il 14°-16° giorno equivale a sostenere che l’uomo esiste solo quando lo decide un altro uomo. Facciamo un esempio. Sarebbe come dire che il fuoco non comincia con la prima scintilla prodotta dallo zolfo del fiammifero, ma solo da metà fiammifero in avanti! Questa è una falsità e non un dato sperimentale, quindi è metodologicamente scorretta. I dati scientifici affermano che l’embrione è vita umana nascente fin dal concepimento, per cui non è ammissibile l’omicidio che si pone in atto con la fecondazione artificiale o con l’aborto. Se poi a sostenere il contrario fossero anche dei premi Nobel come Rita Levi Montalcini, questo sarebbe insignificante, poiché la forza della verità si impone indipendentemente da chi la dice, dalla stima che gode e dai meriti o titoli che possiede.

 

11. 2 – Quell’intruso che resta

        La seguente lettera aiuta ad informare sul dramma dell’aborto coloro che ne sentono parlare con leggerezza103.

“Sono una ragazza di vent’anni e, qualche mese fa, ho abortito. È stata una decisione molto sofferta, che ancora non riesco a superare. Il mio ragazzo, pur standomi vicino, mi ha lasciato “carta bianca”: forse è stato un modo per scaricare su di me tutto il peso della situazione.
I miei genitori, che credevo persone “di fede”, mi hanno invece fortemente consigliato di abortire prospettandomi una maternità di sofferenze. Ma io non riuscivo a pensare a un figlio solo come a una maledizione.
Alla fine la solitudine in cui mi sono trovata ha fatto sì che emergessero tutte le mie insicurezze. Così ho ucciso il mio bambino e ho perso ogni punto di riferimento. Ho lasciato il mio ragazzo, ho vergogna del mio corpo, sono andata in analisi… Mi chiedo se riuscirò ancora ad amare”.

        Mary scrive così a “lo donna” e ogni commento guasterebbe la tragica verità di questa lettera indirizzata alla psicologa Silvia Vegetti Finzi, invece che a qualcuno che avrebbe potuto davvero aiutare questa giovane a ricostruire la sua vita. Ecco, infatti, che cosa risponde la giornalista nel tentativo di cancellare in Mary anche l’idea di figlio:
“Mi sembra che il tuo ragazzo abbia agito correttamente, assumendosi le sue responsabilità, ma lasciando a te la decisione”.
        Il che è l’esatto contrario di una assunzione di responsabilità, ma questo è proprio lo spirito della legge 194, che condanna la donna alla solitudine più amara. Dopodiché la Vegetti Finzi  prosegue:

“L’embrione è infatti parte del corpo materno […]. Solo lentamente diviene un figlio, grazie al riconoscimento operato dalla madre, alla sua accettazione e ospitalità.
Se manca un grembo psichico pronto ad accoglierlo, rischia di rimanere un ossuto estraneo, un intruso […].
Abortendo entro i termini stabiliti dalla legge non hai ucciso nessuno, hai soltanto rifiutato una possibilità, respinto un progetto potenziale.
Credimi, in quanto è accaduto non c’è delitto nè colpa, solo impossibilità e fragilità”.

        Povera psicoterapia ridotta a vecchi stereotipi femministi: il figlio è un pezzo di carne femminile, un “oggetto estraneo”. Questo inganno, esaltato emotivamente dalla paura delle conseguenze, dalla solitudine in cui viene abbandonata la donna, induce tante madri ad uccidere nella speranza di una impossibile liberazione dall’intruso che però, come si vede, resta. La lettera di Mary testimonia che la donna, in questa situazione delicatissima, si vede condannata alla solitudine proprio dalle persone più care. Non ci sono parole adeguate per descrivere questo trauma, se non quelle di chi lo ha vissuto.
Vi invito a leggere ora queste due testimonianze raccolte dal Centro Aiuto Vita di Vicenza nel 2004, parole sgradevoli per i parlamentari abortisti.

“Se solo potessi tornare indietro e stringere quel figlio tra le braccia”
   Ho quarant’anni, sono sposata e ho due figli grandi. Qualche anno fa ho passato l’inferno. Al quarto mese di gravidanza ho abortito. Subito ho provato un senso di liberazione, di sollievo. Se solo avessi immaginato il tormento che avrei patito non appena mi fossi resa veramente conto di quello che avevo fatto!
   All’inizio si riesce a ragionare con un certo distacco, ci si aggrappa alle attenuanti: la professione che non si può lasciare, i soldi che non bastano, la casa piccola…. Ho reagito dedicandomi con più accanimento agli altri due figli. Agli occhi degli altri ero sempre la stessa, ma dentro di me si stava scatenando l’inferno. La prima fitta di dolore, così forte che non potei ignorarla, la provai per strada quando incrociai una donna che spingeva una carrozzina. Fui assalita dall’angoscia: vidi negli occhietti di quel bimbo lo sguardo del mio figlio non voluto. Uno sguardo che non mi abbandonò più. Ancora oggi spesso calcolo con la mente l’età che avrebbe mio figlio; con la fantasia lo plasmo più o meno alto, con i capelli chiari o scuri…..Gli parlo, ma soprattutto piangendo, spesso, gli chiedo perdono. Se solo potessi tornare indietro e stringere quel figlio tra le braccia! Invece, mi rimane solo un forte senso di colpa per averlo rinnegato. Questa sofferenza ha segnato la mia vita. Tutto è cambiato da quel giorno: soprattutto il rapporto con mio marito non è più lo stesso. È come se volessi scaricare su di lui una parte della colpa. In quella circostanza si è comportato come Ponzio Pilato, se n’è lavato le mani. Persino il rapporto con gli altri due figli è cambiato. Subito dopo l’aborto ero loro morbosamente attaccata, ora molto meno, perché mi sembra di fare un torto al figlio non nato. Continuo a pensarci, soprattutto quando sono sola in casa. Quando ci penso, riemergono la superficialità, l’egoismo e l’estrema violenza che ho riservato a mio figlio; sono stata la sua condanna a morte. Se dovessi parlare a una donna con i miei stessi dubbi, la supplicherei di non abortire, di non fare il mio errore, di non credere di poter risolvere tutto senza dolore. La scongiurerei di non farlo, a costo di allevarlo io quel figlio. Le spiegherei in che oscuro tunnel precipiterebbe. Soprattutto non la lascerei sola, non le farei sentire l’indifferenza e la freddezza che ho provato io.
   Le donne sappiano che il bisturi della legge 194 non incide solo le carni, ma anche i cuori e le coscienze.
 Michela       
                                                   
“Lo guardo negli occhi, vedo un bambino salvato dalla morte”
   Ero fidanzata da cinque anni e tutto andava bene, quando mi accorsi di essere incinta. Il mio fidanzato fu chiaro: “O il bambino, o me”. Mi ha prenotato la visita per l’interruzione volontaria di gravidanza. Ci sono andata e lì, mentre aspettavo, su un tavolino ho visto un pieghevole del Centro Aiuto alla Vita, di cui non sapevo nulla. Me lo sono portato a casa, ho visto l’indirizzo del Centro più vicino a casa mia. Il giorno dopo ci sono andata. Mi hanno offerto il “Progetto Gemma”, che consiste in un aiuto in denaro. Quando è arrivato il primo contributo, ho finalmente sorriso. E’ stata dura e lo è ancora, anche per la mia famiglia. Quando il bimbo è nato, i miei genitori hanno iniziato a volergli bene e ad aiutarmi. Ogni volta che lo guardo negli occhi, vedo un bambino salvato dalla morte. Il mio fidanzato è tornato a percorrere la sua vita, ignorando che c’è un figlio, ma se è vero che i genitori sono coloro che ti amano, allora mio figlio ha una mamma che lo ama tantissimo. Quella che sembra la scelta più comoda, l’aborto, si rivela, dopo, un delitto nel corpo e nel cuore. Troppi innocenti vengono uccisi ogni giorno da medici senza cuore. Spero che questa mia storia serva a far comprendere che l’aborto è l’omicidio di un bambino.
Laura

SINTESI DEI VALORI IN QUESTIONE
- La vita è un valore indisponibile per se stesso, è un assoluto anche se si trattasse dell’esistenza del più criminale degli uomini: l’uomo non può decidere della vita altrui. La vita è il primo diritto di ogni uomo.
- L’esistenza di ogni individuo, fin dalle sue origini è nel disegno di Dio.
- L’aborto procurato è uccidere la vita di un uomo in fase nascente.
- L’utilizzo di embrioni per scopi scientifici è un omicidio della vita indifesa.
        E’ ben noto infine che l’aborto induce nella donna un forte stress emotivo, la cosiddetta “sindrome post-abortiva” che colpisce con sensi di colpa ossessivi, disturbi paranoici, ansia e panico uniti a disturbi psicosomatici violenti. Questi sintomi si trascinano per molti anni provocando un uso eccessivo di “sostanze da abuso” (droghe, alcol, farmaci, cf Civiltà Cattolica n.3744). Chiunque nutrisse dubbi al riguardo, può sincerarsene con medici e sacerdoti.

 

11. 3 - La pillola abortiva del giorno dopo:
                 la Norlevo e la Ru 486

        Oggi purtroppo esistono nuove modalità sempre più sofisticate e ambigue di uccidere il proprio figlio indifeso, come nel caso dell’aborto chimico. È necessario informare le ragazze che dopo un rapporto si trovano nell’incertezza di avere concepito, che potrebbero essere consigliate dal Consultorio o dal medico di base di assumere la cosiddetta pillola del giorno dopo. È accertato scientificamente che essa impedisce l’impianto dell’ovulo fecondato, cioè dell’embrione umano, nell’utero materno provocandone l’espulsione e la morte.
        Riportiamo di seguito un articolo scientifico della Prof. Maria Luisa Di Pietro dell’Istituto di Bioetica dell’Università Cattolica del S. Cuore, che chiarisce la realtà dei fatti.
Tuttavia, chi non desiderasse attardarsi su di esso, può leggere la sintesi sulla pillola abortiva nello schema a pag. 139.

        Nel richiamare, al n. 13 della Lettera Enciclica Evangelium vitae, l’attenzione sulle radici comuni della contraccezione e dell’aborto, Giovanni Paolo II sottolinea come questa “connessione” non sia solo a livello culturale, ma anche tecnico:

“…la stretta connessione che, a livello di mentalità, intercorre tra la pratica della contraccezione e quella dell’aborto emerge sempre di più e lo dimostra in modo allarmante anche la messa a punto di preparati chimici, di dispositivi intrauterini e di vaccini che, distribuiti con la stessa facilità dei contraccettivi, agiscono in realtà come abortivi nei primissimi stadi di sviluppo della vita del nuovo essere umano”.
        Quanto sia stretta questa “connessione” è emerso in modo evidente dal recente dibattito sulla cosiddetta “pillola del giorno dopo”: è un abortivo o un contraccettivo? Le risposte, rese note in merito dalla stampa, sono state divergenti: “sono prodotti ad azione non abortiva, ma antinidatoria”; “la pillola del giorno dopo può essere contraccettiva o abortiva”; “la pillola del giorno dopo è abortiva”. Certamente una tale diversità di risposte non può che creare confusione: è mai possibile – ci si potrebbe chiedere – che si esprimano pareri contrastanti su un fatto che dovrebbe essere, invece, empiricamente dimostrabile?
        Con la espressione “pillola del giorno dopo” si indica un insieme di preparati a base di estrogeni o di estroprogestinici o di progestinici, che vengono somministrati alla donna entro e non oltre le 72 ore (da qui la dizione “del giorno dopo”) successive a un rapporto sessuale che si presume fecondante. Gli estrogeni, estroprogestinici e progestinici sono ormoni sintetici che vengono somministrati a scopo contraccettivo e/o abortivo.
        La “pillola del giorno dopo” è, poi, una modalità di approccio della cosiddetta “contraccezione d’emergenza” o “intercezione”, che prevede in alternativa ai suddetti ormoni anche la somministrazione di danazolo o l’inserimento della spirale.
Il meccanismo d’azione della “contraccezione d’emergenza”, e quindi anche della “pillola del giorno dopo”, è abortivo: dall’80% (estroprogestinici o progestinici) al 100% (estrogeni, danazolo, spirale) dei casi viene impedito l’annidamento dell’embrione nell’endometrio uterino, a seguito dell’alterazione del suo sviluppo, e/o bloccata l’attività del corpo luteo, che produce il progesterone, ormone fondamentale per la prosecuzione della gravidanza. Non si può escludere che, se l’estroprogestinico o il progestinico viene somministrato quando ancora l’ovulazione non si è verificata, possa essere inibita la liberazione della cellula uovo con un effetto propriamente contraccettivo, che si verifica dallo 0 al 20% dei casi. Come è possibile, allora, che venga affermato che la “pillola del giorno dopo” – e tutta la “contraccezione d’emergenza” – non sia abortiva? Oppure che è solo antinidatoria? In effetti, chi afferma che la “pillola del giorno dopo” non è abortiva, ma antinidatoria, non si accorge che sta affermando l’abortività nel momento in cui afferma l’effetto antinidatorio: perché questo meccanismo d’azione, non potendosi estrinsecare se non dopo la fecondazione e impedendo all’embrione di proseguire nel suo sviluppo, non può che essere abortivo. Tanto è vero che per poter negare l’azione abortiva, chi la propone ha dovuto anche modificare i “connotati” della gravidanza mettendo in discussione anni e anni di certezze scientifiche, in base alle quali si è sempre definito come “gravidanza” il periodo compreso tra la fecondazione e il parto. Si è iniziato a sostenere che la gravidanza non inizierebbe se non dopo l’annidamento dell’embrione nella parete uterina, quindi non prima del 6° giorno, come limite minimo, o non prima del 14° giorno, come limite massimo. Un prodotto che impedisce l’annidamento non porrebbe dunque termine ad una gravidanza e non sarebbe un abortivo! Certo qualcuno tentenna a fronte di questa ridefinizione di gravidanza e, per non spingersi troppo in là, si limita a parlare di somiglianza tra l’azione antinidatoria e l’azione abortiva: ma è, comunque, evidente che questa manipolazione semantica ha una finalità ben precisa. In questo modo – si legge sul The New England Journal of Medicine – “è possibile manipolare l’opinione pubblica affinché accetti la “contraccezione d’emergenza”-.
        Solo ridefinendo il significato di contraccezione per includere la prevenzione dell’impianto, non si modifica il fatto che la prevenzione dell’impianto risulti per alcune persone problematica”104. Quanto affermato da chi sostiene che un antinidatorio non sia un abortivo viene, tra l’altro, smentito anche da E. Beaulieu, che, in quanto inventore dell’RU486 altrimenti nota come “pillola per abortire”, non può essere sicuramente tacciato di posizioni di tipo confessionale:
 “L’interruzione della gravidanza dopo la fecondazione può essere considerata alla stregua di un aborto”105.
        Un prodotto ad azione antinidatoria è, dunque, abortivo. Vi è poi chi, pur riconoscendo che la “pillola del giorno dopo” è un abortivo, porta l’attenzione sul fatto che potrebbe essere fino al 20% dei casi anche un contraccettivo: questo solo nel caso in cui venga assunto prima della liberazione della cellula uovo dall’ovaio. Ma è verosimile che una donna, la quale per diverse ragioni fa ricorso alla “pillola del giorno dopo”, conosca esattamente in che fase del ciclo si trova sì da poter prevedere se si verificherà l’effetto abortivo o quello contraccettivo? Forse bisognerebbe fare un’ecografia per monitorizzare lo sviluppo del follicolo e un dosaggio ormonale per prevedere il momento dell’ovulazione: ma questo non è né nelle intenzioni né nelle reali possibilità di chi caldeggia il ricorso alla “pillola del giorno dopo”. E non solo: anche se è vero che la donna che assume la “pillola del giorno dopo” può non avere iniziato una gravidanza e prevedere che l’effetto abortivo non si verificherà, la donna che la chiede e il medico che la prescrive o somministra, accettano volentieri il rischio di provocare un aborto. Anzi avrebbero optato proprio per l’aborto se si fosse verificata una gravidanza.
        In altre parole: si è di fronte ad una vita (o – ma non possiamo prevederlo – ad una possibilità di vita) che comunque non si accetta, tanto da essere disposti a correre nell’80-100% dei casi il rischio di sopprimerla.   
    La pillola del giorno dopo denominata Norlevo assunta entro 72 ore da un rapporto non protetto ha un effetto antinidatorio dell’ovulo fecondato, per cui non può essere definito un contraccettivo poiché non impedisce il concepimento, bensì l’impianto dell’embrione nell’utero materno. La sua è dunque un’azione abortiva che non si differenzia per nulla da quella della pillola RU 486. Lo sottolineiamo in quanto che i farmacisti non obiettori spesso contrabbandano detto farmaco per anticoncezionale, in realtà è abortivo.
Certo, la donna non è sicura che la fecondazione sia avvenuta, tuttavia ciò non assolve moralmente la coscienza dalla disponibilità dell’intenzione ad ammazzare un eventuale nuovo essere umano.

        In modo coatto o in modo subdolo, illudendo le donne di scegliere in libertà, ma in realtà violando la loro personale libertà di scelta, vi è dunque chi lavora contro la vita umana, contro la dignità della donna, contro i diritti della persona.
Si rispetta, infatti, la donna facendole credere che assumendo la “pillola del giorno dopo” non causerà l’uccisione del suo bambino? O non si tratta piuttosto di dare avvio ad un’altra forma di schiavitù, quella legata all’ignoranza non di chi non avrebbe la possibilità o la capacità di conoscere, quanto di chi è stato deliberatamente tenuto all’oscuro della verità? Si rispetta, forse, il diritto dell’adolescente ad essere educata, a conoscersi, ad assumere la capacità di farsi rispettare, riducendo tutta l’assistenza alla prescrizione e somministrazione della “pillola del giorno dopo”?
Il diritto ad essere educata: sì, perché anche in questo caso l’educazione è l’unica forma di prevenzione. E per prevenire la diffusione della “contraccezione d’emergenza” è necessario aiutare la donna – e anche l’uomo – a percepire il valore di ogni nuova vita chiamata all’esistenza, a riscoprire il vero significato e valore della sessualità, a comprendere il significato della paternità e della maternità responsabili. Solo questa è la strada da percorrere e non certo quella della propaganda o della dispensazione di contraccettivi. Non si può, infatti, combattere l’aborto con la contraccezione. Questo perché chi ricerca la prevenzione della gravidanza con la contraccezione di barriera o ormonale - tra l’altro non si può escludere per quest’ultima un meccanismo d’azione anche abortivo-andrà a richiedere, in caso di fallimento, l’aborto.
        Un altro obiettivo delle campagne di diffusione della “pillola del giorno dopo” è, come già detto, la donna vittima di una violenza sessuale.
Vi è chi ha scritto che, in questo caso, il concepimento è stato il risultato di un atto di violenza, che è quanto di più crudele, cattivo, esecrabile (sempre che gli aggettivi possano esprimere nella pienezza la brutalità e disumanità di questo atto), una donna possa subire: non accettare la eliminazione di questa vita – si dice – significherebbe peccare di insensibilità! Premesso che la stessa idea di eliminare un vita, anche appena concepita, è in se stessa una espressione di grande insensibilità, vorremmo soffermarci a riflettere su due interrogativi.
        Il primo: credono, forse, di essere sensibili al dramma umano della guerra e della violenza quanti hanno come unica preoccupazione a fronte del bisogno di tutto (di un tetto, di cibo, di acqua, di vestiti, di conforto, di identità) quella di inviare sul campo “kit” per l’emergenza riproduttiva (dalla “pillola del giorno dopo” ai progestinici iniettabili, etc. etc.)? O quanti pensano di risolvere il trauma della violenza subita dalla donna eliminando la “traccia” di questa violenza?
        Il secondo: la vita umana ha, forse, una diversa qualità a seconda della circostanza nella quale è stata concepita?
È un dato di fatto che gli esiti della violenza non si cancelleranno mai dalla memoria della donna: d’altra parte, come potrà dimenticare questa donna che qualcuno l’ha trattata come una cosa, che qualcuno si è accanito contro di lei con una brutalità che non è propria neanche degli animali? Ma questa memoria non verrà cancellata neanche con l’aborto: chi lo propone, chi lo impone, chi lo richiede, si rende attore di una violenza nella violenza, non solo nei confronti della donna ma soprattutto di quel bambino, la cui vita è da rispettare come quella di qualsiasi altro concepito.

“Nell’aborto chi viene soppresso – scrive Giovanni Paolo II al n. 58 della Evangelium vitae – è un essere umano che si affaccia alla vita”, ossia quanto di più innocente in assoluto si possa immaginare: mai potrebbe essere considerato un aggressore, meno che mai un ingiusto aggressore! È debole, inerme, al punto di essere privo anche di quella minima forma di difesa che è costituita dalla forza implorante dei gemiti e del pianto del neonato. È totalmente affidato alla protezione e alle cure di colei che lo porta in grembo”.

Pensare di eliminare questa vita è, allora, un altro atto violento.
Il Papa ha poi spesso ricordato che “una nazione che uccide i propri figli, è una nazione senza futuro”.
        Per la donna potrà essere oltremodo difficile accettare questo bambino che sta crescendo nel suo grembo, figlio anche di chi non ha avuto per lei nessuna pietà: è necessario aiutarla, sostenerla, prendersi cura di lei e del suo bambino. Ha bisogno d’affetto, non di una scatola di pillole!
        Quando il bambino nascerà, la donna potrà decidere se tenerlo o se abbandonarlo in modo che altri possano averne cura. Con una grande certezza, però: quella di non aver contribuito a quella follia di distruzione e di morte che in un attimo ha inteso cancellare la sua dignità di donna, il suo mondo, le sue aspirazioni, le sue speranze. La vera comprensione verso la donna comporta, in questi casi, un aiuto concreto per la sua persona e per la vita del figlio.(cf: Io Donna, inserto del Corriere della Sera,  3 Maggio 2003.)

 

SCHEMA INFORMATIVO PER LE GIOVANI SULLA PILLOLA ABORTIVA

        La Norlevo, detta “pillola del giorno dopo”, è un farmaco a base di levonorgestrel che può bloccare l’ovulazione o, se assunto dopo un rapporto sessuale fecondo, impedire l’annidamento in utero dell’embrione. Va assunto entro 72 ore  dal rapporto sessuale ed è pertanto falsamente definito “contraccezione di emergenza”. In realtà si tratta di un “aborto di emergenza”. La falsificazione della realtà per mezzo dello scambio dei due termini è dettata dagli interessi delle case farmaceutiche che devono aggirare l’ostacolo delle procedure della legge abortista 194, la quale ne renderebbe più difficile la prescrizione se il farmaco fosse considerato abortivo. Perciò, inducendo le ragazze a credere che la vita umana non comincia con l’istante della fecondazione dell’ovulo, ma con il suo impianto sulla parete dell’utero (cioè alcune ore dopo), si evita di parlare di farmaco abortivo e lo si fa passare per un qualsiasi anticoncezionale. La conseguenza è la diffusione di una mentalità criminale ed irresponsabile, che presenta ai giovani un nuovo bambino come un fastidio, come se si trattasse di eliminare un raffreddore con una pasticca di aspirina. E’ una menzogna diabolica che gioca sull’ignoranza della gente. I nomi con i quali è commercializzato il levonorgestrel, sono: Norlevo e Levonelle.
        La Ru 486 è un farmaco a base di mifepristone che, somministrato fino a sette settimane dal concepimento, uccide il bambino.
Questo farmaco ha causato finora diverse morti per emorragia negli Stati Uniti e in Svezia dopo la sua legalizzazione avvenuta nel 2000, particolarmente tra ragazze diciottenni. L’azienda Danco Laboratories di New York, che produce e distribuisce la pillola, ha riportato oltre 400 casi di complicazioni, comprendenti conseguenze come la sterilità (cf. A. Morresi, La favola dell’aborto facile - Ru486, Franco Angeli ed.).
        Il NEJM (una delle prime testate medico-scientifiche mondiali) riporta i dati del 2005 che dimostrano come la mortalità legata all’aborto chimico sia fino a dieci volte maggiore rispetto a quella da aborto chirurgico. L’efficacia media del trattamento è del 95% e l’effetto collaterale più pesante e frequente è dato dalle abbondanti perdite di sangue, fino a quantità quasi doppie rispetto a quelle dell’aborto chirurgico, oltre a nausea, vomito, dolori addominali, infezioni virali in seguito all’inibizione del sistema immunitario. Solo negli USA 637 casi di effetti collaterali registrati, 200 casi di pericolo di morte, 500 interventi chirurgici, terapie d’urgenza che vanno dalla trasfusione all’intervento di asportazione dell’utero, 13 donne morte in 4 anni. Negli USA si è meritata il titolo di “Kill pill”, la pillola che uccide.
Il Ministero della Salute italiano ne ha avviata la sperimentazione in 7 regioni su migliaia di donne (Avvenire, 5 gennaio; 5 agosto 2006).

 

11.4 – L’aborto e la scomunica

        Alcuni peccati gravi – tra cui l’aborto – sono puniti con la scomunica. “Scomunica” significa essere esclusi immediatamente dalla Chiesa, senza la possibilità di accostarsi ai sacramenti: è la sanzione più grave in cui può incorrere un cristiano cattolico. «Chi procura con il consiglio e la partecipazione attiva o passiva l’aborto, nei casi si raggiunga l’effetto, incorre nella scomunica latae sententiae»106, cioè immediata, senza che ci sia bisogno di pronunciarla per ogni singolo caso. Ovviamente, per incorrervi, si presuppone una decisione compiuta in piena libertà e avvertenza e con la conoscenza che, al peccato di aborto, è annessa la scomunica o, almeno, una particolare penalità. Perché tale disciplina? La scomunica è la pena ecclesiastica più severa: toglie la piena comunione ecclesiale, impedisce di ricevere i sacramenti e, in particolare, l’Eucaristia. L’assoluzione e la liberazione dalla scomunica è riservata al vescovo o a sacerdoti da lui autorizzati. Non è forse un accanimento contro la donna che, spesso, di tale delitto non è l’unica nè la maggiore responsabile? La scomunica va compresa nel suo significato spirituale e sociale: coscientizzare sulla gravità del peccato commesso per accogliere l’offerta di riconciliazione e di pace con Dio e con i fratelli. In questa prospettiva restano insuperabili le parole di Giovanni Paolo II alle donne che hanno abortito:
«Se ancora non l’avete fatto apritevi con umiltà e fiducia al pentimento: il Padre di ogni misericordia vi aspetta per offrirvi il suo perdono e la sua pace nel sacramento della riconciliazione». Il Papa promette: «Vi accorgerete che nulla è perduto e potrete chiedere perdono anche al vostro bambino che ora vive nel Signore»107.
        Chi confessa questo peccato deve considerarsi come una persona perdonata e, quindi, capace di alzarsi e camminare nella pace ritrovata. Quando la donna, nel suo dolore e nel suo pentimento, ritrova la via del ritorno a Dio e si avvicina con fede al sacramento della confessione deve essere accolta con infinita bontà, così che possa sperimentare l’amore misericordioso di Dio che salva, libera e apre un nuovo cammino di speranza. La scomunica può essere rimessa una volta che il colpevole riconosca la sua colpa, purché veramente pentito108.

I “casi riservati”: sono peccati da cui può assolvere solo il vescovo

        II ministro della confessione sacramentale per l’aborto procurato è il Vescovo, oppure il sacerdote che ne ha ricevuto dal vescovo la facoltà (il penitenziere del duomo cittadino, il cappellano negli ospedali, nelle carceri e sulle navi); oppure ogni sacerdote autorizzato a tempo indeterminato o per un certo periodo (in genere i frati francescani hanno sempre questa facoltà in quanto “missionari”, cioè sacerdoti itineranti, non legati ad un territorio specifico). È utile spiegarlo, perché in genere il penitente va dal confessore ignorando se ha o meno la facoltà di assolvere dai casi riservati, come quello dell’aborto.

 Gravissime le ultime notizie in fatto di controllo delle nascite. Le
agenzie di stampa riportano in questi giorni i dati precisi relativi alla
mortalita’ causata dalla pillola abortiva RU486, ad alto contenuto di
mifepristone. La pillola abortiva ha un tasso di mortalità che e’ di 10 volte
superiore rispetto all’aborto chirurgico.
  I fatti dimostrano che la Ru486, la pillola abortiva, è meno sicura
dell'aborto chirurgico. L'allarme arriva dalla società medica scientifica
interdisciplinare Promed Galileo, che ha informato l'Agenzia italiana del
farmaco e il ministero della Salute. L'allarme deriva dai dati presentati dal
New England Medical Journal. Risalgono al 2005, e dimostrerebbero come il
numero di morti con la Ru486 sia maggiore che con gli aborti chirurgici.
La media di decessi con la pillola Ru486 è di un caso ogni centomila, contro
uno su un milione causato dalla chirurgia.
Dunque ben dieci volte superiore (M.Cecco, Salute Donna, 14.12.07).
Il dato più recente attesta che fino al 2009 nel mondo sono morte 29 donne per
l'assunzione di questo farmaco.
  Anche il ginecologo Antinori, non certo ascrivibile nella militanza
cattolica, afferma:
“La RU486 alza il rischio di mortalità per le madri e aumenta i casi di
infertiiltà. E’ come un cappio al collo del feto e ci mette cinque giorni ad
asfissiarlo. (...) Basta con questa ipocrisia. Basta con le informazioni false.
Smettiamola di dire che la pillola Ru486 aumenta la libertà della donna.
Aumenta soltanto la sua libertà a farsi del male".
Severino Antinori, ginecologo che non ha bisogno di presentazioni, presidente
dell’Associazione mondiale di medicina riproduttiva, non ci sta proprio a ciò
che ha sentito e che sente dire ogni giorno sulla pasticca abortiva (Guido
Mattioni, Il Giornale aprile 2010).

 

11. 5 – “Date quel bimbo a me!”: la supplica di Madre Teresa

        Madre Teresa ha portato ovunque, con semplicità, ma con straordinaria fermezza, la sua testimonianza in difesa della vita umana sin dal concepimento. Pubblichiamo di seguito due messaggi da lei indirizzati alla Conferenza delle Nazioni Unite su popolazione e sviluppo, svoltasi al Cairo nel 1994, e a quella sulla donna, a Pechino nel 1995:

«La vita è il più grande dono di Dio. È per questo che è penoso vedere cosa accade oggi in tante parti del mondo: la vita viene deliberatamente distrutta dalla guerra, dalla violenza, dall’aborto. E noi siamo stati creati da Dio per cose più grandi: amare ed essere amati.
Il più grande distruttore della pace nel mondo è l’aborto. Se una madre può uccidere suo figlio, che cosa potrà fermare te e me dall’ucciderci reciprocamente? Il solo che ha il diritto di toglierci la vita è Colui che l’ha creata. Nessun altro ha quel diritto: né la madre, né il padre, né il dottore, né un’agenzia, né una conferenza, né un governo.
        Se vi è un bambino che non desiderate o non potete curare o educare, date quel bimbo a me. Non voglio rifiutare nessun bambino. Gli offrirò una casa o gli troverò genitori amorosi. Stiamo combattendo l’aborto con l’adozione ed abbiamo già affidato migliaia di bambini ad affettuose famiglie.
Il bambino è il più straordinario dono di Dio a una famiglia, a una nazione. Non rifiutiamo mai questo dono di Dio. La mia preghiera per ciascuno di voi è che voi possiate sempre avere la fede di vedere e amare Dio in ciascuna persona, inclusa quella non ancora nata».
(Il Cairo, 8 settembre 1994)
        «Spero che questa Conferenza aiuterà tutti e ciascuno a comprendere il posto specialissimo che la donna occupa nel piano di Dio e che ci condurrà ad aderire pienamente a questo piano e a metterlo in atto.
Non arrivo a comprendere perché certuni affermano che l’uomo e la donna sono esattamente uguali e negano le belle differenze che esistono tra l’uomo e la donna.
Dio ha creato ciascuno  di noi, ciascun essere umano, in vista di una cosa più grande: amare ed essere amati. Perché Dio ci ha creato alcuni uomini e altre donne?
Perché l’amore di una donna è uno degli aspetti dell’amore di Dio. L’amore di un uomo è un altro aspetto di questo stesso amore.
        L’uomo e la donna si completano l’uno con l’altra e tutti e due insieme manifestano l’amore di Dio meglio di quanto lo potrebbero fare separatamente.
La maternità è il dono di Dio alle donne. Noi possiamo distruggere questo dono della maternità, specialmente con il male dell’aborto. Ma anche pensando che ci sono cose più importanti di amare, di donarsi al servizio degli altri: la carriera, ad esempio, il lavoro fuori casa. Ma nessun lavoro, nessun piano di carriera, nessun possedimento materiale, nessuna visione di libertà può sostituire l’amore. Tutto ciò che distrugge il dono della maternità, che è un dono di Dio, distrugge il più prezioso dei doni fatti da Dio alla donna: quello di amare in quanto donna.
        Sappiamo che l’ambiente dove il bambino può meglio apprendere ad amare e a pregare è la famiglia, essendo il testimone dell’amore e della preghiera di suo padre e di sua madre. Quando nella famiglia c’è rottura o disunione, i bambini in gran numero crescono senza sapere come amare e come pregare…
D’altra parte, quando le famiglie sono forti e unite, i bambini vedono nell’amore del padre e della madre l’amore specialissimo di Dio per loro. Una famiglia che prega insieme resta insieme e, se essi restano insieme, essi si ameranno gli uni gli altri come Dio li ha amati, tutti e ciascuno di loro. E le opere dell’amore sono sempre opere di pace».
(Pechino, 8 settembre 1995)

 

IL DONO DELLA VITA

    Concludiamo con una lettera toccante che dà  l’idea di come la vita sia un dono inestimabile.
È la lettera di un giovane alla madre che non ha mai conosciuto. Christian ha saputo all’età di 13 anni la sua vera storia di figlio adottivo e alcune notizie frammentarie sul suo primo anno di vita.

      " Cara mamma, non so come ti chiami e dove abiti, per me sei solo un'immagine che mi sono formato dentro guardandomi allo specchio. Dalle mie sembianze ho cercato di costruire le tue. Ti ho fatto un po' bella, semplice, affettuosa e sorridente. Mi piace caricare la tua immagine di tutti quei tocchi che ora cerco in ogni donna. Lo so che è un gioco compensativo, ma permettimi almeno un appagamento di fantasia. Mi hanno detto che mi hai abbandonato all’ospedale dopo il parto, per non tenere me e l'eroina. È davvero micidiale questa sostanza se hai preferito "lei" a me. Sai, mamma, mi dispiace non averti potuto consigliare allora, credo che sarei stato capace di convincerti a prendermi con te. Anche tu eri sola e magari lo sei ancora .... Ecco perché mi è facile immaginare che sarebbe bastato un mio bacio, una mia carezza e un sorriso per portarmi con te. Non mi sono mai rassegnato a questo distacco: mamma io ti cerco sempre. Ti cerco nel mio corpo che tu hai fatto, nel modo di amare e di pensare che non possono essere diversi dai tuoi, ma soprattutto ti cerco e ti sono vicino perché ti ho perdonato. Non porto in me nessun rancore o vendetta per quello che hai fatto. Cerco di capirti, di soffrire come tu soffri, e questo legame di sofferenza è vero, forte, indistruttibile. Se poi non ci sei più, ti immagino ugualmente lassù che mi stai aspettando perché ti possa finalmente conoscere. Non ti giudico mamma, perché mi hai lasciato il dono più bello: la vita”.
(tratto da: don Chino Pezzoli, Oltre il buio, Bignami, Milano, 1990)   


SOS VITA
chiamata gratuita
numero verde:
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PROGETTO GEMMA
via Tonezza, 3
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tel 02.4870.2890
fax 02.4870.5429
progettogemma @ tiscalinet.it

 


 

104.  cf NEJM, 1993, 328/5, pp.354-355.
105.  cf Il punto sull’RU486, JAMA – Editoriale Italiana, 1990, 2, p. 12.

106.  cf Codice di Diritto Canonico, can. 1398.
107.  cf Evangelium vitae, n. 99.

108.  cf. anche Codice di Diritto Canonico can. 1347,3. 

 

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