1.1 La crisi delle vocazioni

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In questa formazione permanente , affrontando l’aspetto umano della formazione alla vita consacrata, non vengono presi direttamente in considerazione i fondamenti teologici e la dimensione spirituale della vocazione: ovviamente non per ignorarli o minimizzarli, ma semplicemente per non allargare l’orizzonte della trattazione oltre l’argomento da focalizzare.
Il primo problema che balza all’occhio é la crisi delle vocazioni religiose in occidente, e particolarmente in Europa. Un’analisi autorevole ci viene da Papa Benedetto XVI, nel discorso tenuto alla diocesi di Aosta il 25 luglio 2005:

Il primo punto è un problema che si pone in tutto il mondo occidentale: la mancanza delle vocazioni. Ho avuto, nelle ultime settimane, le visite “ad limina” dei vescovi dello Sri Lanka e della parte Sud dell’Africa. Qui crescono le vocazioni, anzi sono così tante che non possono costruire sufficienti Seminari per accogliere  questi giovani che vogliono farsi sacerdoti. Naturalmente anche questa gioia porta con sé una certa amarezza perché una parte almeno viene nella speranza di una promozione sociale. Facendosi sacerdoti diventano quasi capi della tribù, sono naturalmente privilegiati, hanno un’altra forma di vita, eccetera. Quindi zizzania e grano vanno insieme in questa bella crescita delle vocazioni e i vescovi devono essere molto attenti nel discernimento e non essere semplicemente contenti di avere molti sacerdoti futuri, ma vedere quali sono realmente le vere vocazioni, discernere tra zizzania e buon grano.
Tuttavia c’è un certo entusiasmo della fede perché stanno in un’ora determinata della storia, cioè nell’ora nella quale le religioni tradizionali ovviamente si rivelano non più sufficienti. E si capisce, si vede, che queste religioni tradizionali portano in sé una promessa, ma aspettano qualcosa. Aspettano una nuova risposta che purifica e, diciamo, assume in sé tutto il bello e libera tali aspetti insufficienti e negativi. In questo momento di passaggio dove realmente la loro cultura si protende verso un’ora nuova della storia, le due offerte – cristianesimo e islam – sono le possibili risposte storiche.
Perciò in quei Paesi c’è, in un certo senso, una primavera della fede, ma naturalmente nel contesto della concorrenza tra queste due risposte, soprattutto anche nel contesto della sofferenza delle sette, che si presentano come la risposta cristiana migliore, più facile, più accomodante. Quindi anche così in una storia di promessa, in un momento di primavera, rimane difficile l’impegno di quello che deve con Cristo seminare la Parola e, diciamo, costruire la Chiesa.
Diversa è la situazione nel mondo occidentale, che è un mondo stanco della sua propria cultura, un mondo arrivato al momento nel quale non c’è più evidenza della necessità di Dio, tantomeno di Cristo, e nel quale quindi sembra che l’uomo stesso potrebbe costruirsi da se stesso. In questo clima di un razionalismo che si chiude in sé, che considera il modello delle scienze l’unico modello di conoscenza, tutto il resto è soggettivo. Anche, naturalmente, la vita cristiana diventa una scelta soggettiva, quindi arbitraria e non più la strada della vita. E perciò, naturalmente, diventa difficile credere e se è difficile credere tanto più è difficile offrire la vita al Signore per essere suo servo.
Questa certamente è una sofferenza collocata direi nella nostra ora storica, nella quale generalmente si vede che le cosiddette grandi Chiese appaiono morenti. Così in Australia soprattutto, anche in Europa, non tanto negli Stati Uniti.
Crescono, invece, le sette che si presentano con la certezza di un minimo di fede e l’uomo cerca certezze. E quindi le grandi Chiese, soprattutto le grandi Chiese tradizionali protestanti, si trovano realmente in una crisi profondissima. Le sette hanno il sopravvento perché appaiono con certezze semplici, poche, e dicono: questo è sufficiente.
La Chiesa cattolica non sta così male come le grandi Chiese protestanti storiche, ma condivide naturalmente il problema del nostro momento storico. Io penso che non c’è un sistema per un cambiamento rapido. Dobbiamo andare, oltrepassare questa galleria, questo tunnel, con pazienza, nella certezza che Cristo è la risposta e che alla fine apparirà di nuovo la sua luce.
Allora la prima risposta è la pazienza, nella certezza che senza Dio il mondo non può vivere, il Dio della Rivelazione – e non qualunque Dio: vediamo come può essere pericoloso un Dio crudele, un Dio non vero – il Dio che ha mostrato in Gesù Cristo il suo Volto. Questo Volto che ha sofferto per noi, questo Volto di amore che trasforma il mondo nel modo del chicco di grano caduto in terra.
Quindi avere noi stessi questa profondissima certezza che Cristo è la risposta e senza il Dio concreto, il Dio col Volto di Cristo, il mondo si autodistrugge e cresce anche l’evidenza che un razionalismo chiuso, che pensa che da solo l’uomo potrebbe ricostruire il vero mondo migliore, non è vero. Al contrario, se non c’è la misura del Dio vero, l’uomo si autodistrugge. Lo vediamo con i nostri occhi.
Dobbiamo avere noi stessi una rinnovata certezza:Egli è la Verità e solo camminando sulle sue orme andiamo nella direzione giusta e dobbiamo camminare e guidare gli altri in questa direzione.
Il primo punto della mia risposta è: in tutta questa sofferenza non solo non perdere la certezza che Cristo è realmente il Volto di Dio, ma approfondire questa certezza e la gioia di conoscerla e di essere così realmente ministri del futuro del mondo, del futuro di ogni uomo. E approfondire questa certezza in una relazione personale e profonda con il Signore. Perché la certezza può crescere anche con considerazioni razionali. Veramente mi sembra molto importante una riflessione sincera che convince anche razionalmente, ma diventa personale, forte e esigente in virtù di un’amicizia vissuta personalmente ogni giorno con Cristo.
La certezza, quindi, esige questa personalizzazione della nostra fede, della nostra amicizia col Signore e così crescono anche nuove vocazioni. Lo vediamo nella nuova generazione dopo la grande crisi di questa lotta culturale scatenata nel ’68 dove realmente sembrava passata l‘era storica del cristianesimo. Vediamo che le promesse del ’68 non tengono e rinasce, diciamo, la consapevolezza che c’è un altro modo più complesso perché esige queste trasformazioni del nostro cuore, ma più vero, e così nascono anche nuove vocazioni. E noi stessi dobbiamo anche trovare la fantasia per come aiutare i giovani a trovare questa strada anche per il futuro.

Ecco rispuntare la coda del ’68; dobbiamo ricordare quella enorme mobilitazione di protesta iniziata a Parigi. Uno degli ideologi della rivolta così scriveva:

“Bisogna uccidere la Chiesa propinandole una dose di arsenico. Occorre attaccare l’elemento chiave, l’ordine sacramentario e principalmente il sacramento dell’Ordine.

Paradossalmente ci si dovrebbe congratulare con quell’intellettuale che , con sorprendente acutezza, aveva colto nel segno; sapeva bene che  il martirio avrebbe illuminato la Chiesa, mentre il ripiegamento e l’appiattimento sulla sola dimensione sociologico-umanitaria l’avrebbe spenta… purtroppo la strategia è stata perfettamente azzeccata e la sua attuazione estremamente efficace. Ecco la testimonianza resa nella lettera di un sacerdote al quotidiano Avvenire in data 1 aprile 2003:

Una breve considerazione: ho abbastanza anni di Messa (trentasette) per non ricordare l’esperienza dei preti-operai. Diventati poi operai-preti, poi operai ed infine ex-preti. Ho vissuto sulla mia pelle il ’69; ero prete vicinissimo alla Cattolica e ricordo i miei confratelli quando alcuni di loro, invece di far l’oratorio con tutto quello che comportava, andavano davanti alle fabbriche cantando con la chitarra tra le mani; ebbene in pochi anni diversi di loro se ne sono andati per altre strade. Oggi abbiamo i preti-pacifisti, i preti no-global, i preti-arcobaleno, ecc. Vede: ci sono già i primi esempi di preti che per giustificarsi, si appellano alla loro coscienza, dimenticando che in coscienza (almeno così si spera) il giorno della loro consacrazione sacerdotale, hanno promesso obbedienza e rispetto al loro Vescovo, quindi alla Chiesa.
Vedremo tra qualche tempo i risultati di questo, scusi il termine, tradimento. Ho conosciuto sacerdoti che hanno lasciato il ministero: non si racconti la favola della donna che li ha sedotti. La verità è un’altra: hanno dimenticato Gesù Cristo; non è più stato il cuore, il centro della loro vita spirituale e sacerdotale e sono diventati “assistenti sociali”, “animatori del tempo libero”.

Si tratta della denuncia di quei segni di rigurgito terminale che l’illuminismo sessantottino – colpito a morte dagli eventi del 1989 insieme al marxismo che l’alimentava – continua a manifestare attraverso le derive relativiste dell’attuale «pensiero debole»:  non più i valori elevati germogliati dalle radici cristiane, non più i dogmi delle ideologie partorite negli ultimi due secoli, ma solo promozione e rivendicazione di «diritti civili» istituiti arbitrariamente da un radicalismo cinico e camaleontico che, per esempio, si adopera  per l’abolizione della pena di morte e sostiene la legalizzazione di aborto ed eutanasia.
        In questi anni la generazione del ’68 si introduce inesorabilmente nella età del pensionamento, mentre gran parte dei suoi slogan viene scrupolosamente archiviata, salvo mantenere vivi alcuni genuini ideali originari come: la attenzione alla creatività personale, l’abbandono di certi convenzionali stereotipi di comportamento, l’impulso a un dialogo più costruttivo tra cultura e scuola, tra scuola e lavoro, tra lavoro e natura (in senso ecologico), tra natura e spiritualità (più in senso idealista che trascendente).
        Ora si affaccia alla vita consacrata la generazione dei figli di coloro che sono reduci – più o meno cocciuti, più o meno frustrati -  dalla grande febbre contestatrice dell’ultimo trentennio appartenente al millennio tramontato.


La rue dans l’Eglise, Ed. de l’Epi, Paris 1968, pp 32-33; citato in MAURICE GAIDON, Un Dio dal cuore trafitto, Ed. Dehoniane, Napoli 1981, p. 10